| Omelia (19-04-2026) |
| don Alberto Brignoli |
|
Dal dolore alla Speranza Ogni volta che ascolto il brano di Vangelo di Emmaus, sento dentro di me una specie di itinerario di sentimenti contrastanti che partono dalla tristezza e giungono alla speranza. E probabilmente erano i medesimi sentimenti che albergavano nel cuore di Cleopa e del suo compagno di viaggio, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana. Erano due discepoli di Gesù - ci dice il Vangelo - che erano stati a Gerusalemme, come tutti i buoni ebrei, per la festa di Pasqua, e ora facevano ritorno al loro villaggio di Emmaus, pare con non troppo entusiasmo: per fare gli undici chilometri che separano Gerusalemme da Emmaus, tre ore sarebbero più che sufficienti, e dal momento che nell'antichità ci si metteva in viaggio sempre al mattino, possiamo immaginare l'andatura di questi due... si fa quasi sera e ancora non sono giunti a destinazione. Camminavano col volto triste (cosa che non si addice proprio, il giorno di Pasqua, a uno che si chiama Cleopa, che significa "volto glorioso del Padre"), e anche il loro passo pare non fosse da meno. Che voglia hanno, del resto, di tornare di corsa a casa? Non erano più così popolari, a Emmaus: da buoni discepoli, hanno seguito il Maestro nella sua predicazione, forse se n'erano anche andati promettendo a tutti che sarebbero tornati con il Regno di Israele tra le mani, nuovamente restaurato e più forte di prima. E invece tornano con le pive nel sacco: tre anni belli, senza dubbio, in compagnia di un profeta che parlava con autorità e agiva di conseguenza. Uno che aveva le idee ben chiare, riguardo al Regno d'Israele; talmente chiare da far insospettire i capi del popolo, i quali con la complicità di chi regnava per davvero, allora, in Israele, lo hanno condannato a morte in maniera ingiusta e meschina, appeso a una croce come un ladruncolo qualsiasi. E non è finita lì, perché poi, proprio quella stessa mattina (ecco perché si sono attardati a Gerusalemme...) arriva la notizia che qualcuno è riuscito a rotolare via la pietra dal sepolcro (nonostante fosse sorvegliata da un manipolo di soldati) e a profanare la tomba, lasciandola vuota. Come se non bastasse, qualcuno che è andato alla tomba a vedere, ha detto che ha incontrato due giovani simili ad angeli in bianche vesti che dicevano che Gesù è vivo! Va beh... erano alcune donne del gruppo, sconvolte dal dolore: chissà cosa avranno visto... sta di fatto, però, che la tomba è vuota e lui non c'è. Ci mancava poi, lungo la strada, di venire avvicinati da un viandante che non sapeva assolutamente nulla di tutto quello che era successo a Gerusalemme. Da dove veniva, questo qua? Bisognava dirgli tutto da cima a fondo: e facendo così, si rivangava tutto, e tutto faceva ancora più male. Ma c'è un'altra cosa, che fa ancor più male: vedere che questo viandante ha mentito! Non è vero che non ne sapeva nulla: faceva lo gnorri, ma in realtà era perfettamente al corrente di quanto era avvenuto, e ne dava un'interpretazione tutta sua, anche molto avvincente, dicendo che tutto questo faceva parte della storia della salvezza, di un piano prestabilito da Dio! Probabilmente, era uno abituato a fingere, perché qualche chilometro più avanti, nei pressi del bivio per Emmaus, il viandante sconosciuto finge di dover proseguire per un'altra strada. Ma non può farlo, perché è buio, troppo buio - fuori e dentro - perché lui possa proseguire il cammino da solo, senza di loro. E allora, arriva quella richiesta, quell'invocazione che ha segnato la storia della Chiesa nascente: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto". Il tramonto è una delle ore più belle del giorno. In questo tempo di primavera, poi, che ci fa passare dall'inverno all'estate, la luce del tramonto è ancora più bella: vedi le ombre che si avvicinano, nitide, lunghe, estese, ma il cielo è ancora chiaro, già un po' stellato sopra di noi, e la notte non fa più così paura come in inverno. Il giorno, con le sue luci ma anche con le sue tristezze, se ne va, e lascia il posto alla notte, alle tenebre che avanzano, ma che a volte portano con sé la tenerezza di un abbraccio, la dolcezza dell'intimità di una casa dove, nella semplicità, si spezza il pane della cena e dell'amore condiviso. Sì, perché il segreto sta tutto lì: nell'amore condiviso che apre gli occhi e che dona speranza. Tutti e tre, Cleopa, il suo amico e il viandante sconosciuto, hanno proclamato il kerygma, l'annuncio di Pasqua: Gesù, profeta grande in parole e opere, mandato da Dio per portare nel mondo il suo Regno, è stato crocifisso e sepolto. Ora la tomba è vuota, e alcuni dicono che egli è vivo. Ma finché non condividi il pane della speranza e dell'amore, quella di Gesù resterà sempre e solo una tomba vuota. Poi, però, il tuo cammino senza speranza incontra una parola di consolazione che ti infiamma il cuore e che spezza con te il pane della condivisione e dell'amore, e allora il tuo dolore condiviso diviene speranza. Ti si riaprono gli occhi, e ciò che vedi non è più una tomba vuota, ma è l'altare su cui è adagiata la Vittima sacrificale, l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo e che Dio ha risuscitato dai morti. Non siamo tutti uguali: anche tra noi cristiani di oggi, testimoni della Resurrezione, pur annunciando tutti la stessa fede e lo stesso vangelo, c'è chi crede - come Giovanni - in maniera immediata, c'è chi, come Tommaso, ha bisogno di prove, e c'è chi crede chiuso nella tristezza del suo dolore. Ma il dolore che rimane chiuso nel cuore porta alla disperazione; il dolore condiviso con chi sa infiammare il tuo cuore di amore porta alla speranza. Prima la pace, poi la gioia, e adesso la speranza: tre domeniche di Pasqua, tre diversi doni del Risorto. È faticoso, senz'altro: ma ne vale la pena, anche se fuori è notte, piantar lì Emmaus e tornare di corsa a Gerusalemme per annunciare a tutti che il Signore è davvero risorto! |