| Omelia (19-04-2026) |
| don Michele Cerutti |
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Pasqua: cuore che arde per Dio Nel giorno della Risurrezione, nel giorno in cui il sepolcro è vuoto, nel giorno in cui le donne hanno dato l'annuncio proprio in quello stesso giorno, aiutati dalla precisione temporale di Luca, mentre in cielo sentiamo la gloria degli angeli perché il disegno del Padre si è compiuto, un udito più fine ci fa sentire il rumore di passi che si allontanano. Questa è una scena di un'umanità che ha il sapore della quotidianità disarmante di tutti noi. Penso a questi due discepoli ormai ricurvi volti a guardare l'ombra della loro persona riflessa sulla sabbia del deserto che stanno attraversando per raggiungere Emmaus. Non è una passeggiata gioiosa quella che si presenta. Come detto spalle ricurve, ma anche cuori appesantiti perché tutto, ma proprio tutto sembra andato storto. In quei discepoli ci troviamo riflessi tutti noi ogni qualvolta chi davanti alle difficoltà della vita cerca di capire discutendo perfino con Dio. Si pensa di andare avanti invece siamo rimandati indietro nella nostra storia ritornando al vissuto di sempre. Gesù sorprende tutti e si avvicina proprio mentre parlano di lui e come in altri brani, in cui c'è presentato il Risorto apparire ai suoi discepoli, anche in questo costatiamo come lo stesso Cristo non si scandalizza dei nostri dubbi e delle nostre perplessità. Il cuore dei discepoli è ancorato alla loro disperazione e all'incapacità di comprendere il significato profondo della Pasqua. Proprio quello è il momento in cui ci aspetta. Dio si fa trovare nel momento del dubbio e della confusione. Ci verrebbe da pensare subito a un Dio interventista che impone un ritmo ne sbarra la strada e invita a cambiare direzione. Egli ci sostiene proprio in quei momenti che si fanno sentire per la loro pesantezza non imponendosi, ma facendosi compagno del viaggio per aiutarci a capire gli errori che commettiamo. Quando ci sentiamo soli, quando ci sembra che le nostre preghiere cadano nel vuoto, il Vangelo ci sussurra e mentre Lui è lì, sta camminando al tuo fianco, ma i tuoi occhi sono ancora impediti. La sua assenza percepita non è un'assenza reale. Lui abita i nostri fallimenti, le nostre fughe e persino la nostra incredulità. Tutte le volte che diciamo nella nostra vita l'espressione "ormai" allora rischiamo di mettere un velo ai nostri occhi e vorremmo tanti segni nella nostra fede, ma siamo incapaci di riconoscerlo. È quello che capita a questi tali che ricurvi e proiettati su di loro non si accorgono che Gesù si è fatto loro vicino. Gli occhi di questi discepoli ci dice la Scrittura, utilizzando il termine greco alla lettera, sono afferrati ovvero sono incapaci proprio di comprendere a causa del fatto che sono appesantiti dal dolore e dalla incredulità. Davanti a tutta questa disperazione Gesù nel farsi prossimo a questi tali pone domande di senso e chiede perché hanno il volto segnato dalla tristezza, ma in particolare perché quel tenore di discorsi. Egli sa già la risposta, ma facendola emergere vuole offrire una occasione per aiutarli a fare un salto e rispondere alla domanda che risuona dall'eternità: "Dove sei?". Anche nel giardino Dio sapeva già la risposta, ma voleva aiutare l'uomo a consapevolizzarsi e lasciare operare Lui. Con i due discepoli di Emmaus la pedagogia adottata è la stessa: mettere l'uomo davanti alla sua realtà esistenziale. Cleopa, nella sua ingenuità spiega a Gesù, quello che gli è capitato. Una scena che può sembrare surreale, ma anche noi siamo come questo discepolo pronti a lamentarci con Dio di tutte le nostre magagne come se Lui non sapesse niente. Gesù si fa piccolo rincalza la disperazione e chiede: Che cosa? Questa è l'occasione per provare come la loro fede è troppo ancorata al passato incapace di aprirsi alla novità della Risurrezione. Questo è il dramma che stanno vivendo. Il dramma che non li fa uscire. Essi sono fermi al Venerdì Santo che avranno visto molto in lontananza per non essere coinvolti. Una mattanza nei confronti di un mite ad opera di quelle autorità religiose che non lo hanno riconosciuto come Cristo. Risuonano false speranze che ci abitano anche noi quando diciamo speravamo che una situazione volgesse al meglio, invece, siamo qui senza risposte e anzi in una situazione peggiore. Lo sconvolgimento si fa più forte perché delle donne hanno portato notizie che non riescono a comprendere proprio perché provengono da coloro che non rientrano in categorie che non erano considerate al tempo. La bizzarria sta nel fatto che a condire le dichiarazioni delle donne c'è anche una visione di angeli che parlano di Gesù vivo. Il problema dei discepoli non è che manchino le prove, ma che manca loro un cuore capace di vedere oltre l'evidenza. Siamo invitati a non fermarci alla constatazione del vuoto nelle nostre vite, ma ad alzare lo sguardo verso lo Straniero che cammina con noi, affinché quel non l'hanno visto diventi finalmente un lo abbiamo riconosciuto. Gesù interviene allora nel momento più basso della disperazione e capisce che il problema della nostra fede non è la mancanza di prove o di spiegazioni, ma la nostra resistenza interiore. Ci invita a passare da una mente che analizza i fatti a un cuore che arde per la Parola, uscendo finalmente dalla nostra pigrizia spirituale. Veniamo sfidati a guardare oltre il dolore del momento per scorgere il traguardo della gloria che Dio ha preparato per chi resta con Lui nell'ora della prova e questo è possibile facendosi aiutare dalla Scrittura una modalità con cui Dio ci parla. Nel rispetto pieno della nostra libertà si fa vicino e non forza la situazione si mostra interessato a proseguire il cammino, ma riesce ad ottenere con la sua discrezione il fatto che quegli stessi discepoli lo trattengono per riuscire a comprendere di più. Dio è un pellegrino che ha sempre nuovi orizzonti davanti a sé, ma che desidera ardentemente essere fermato dal nostro amore. Non permettere che Egli vada più lontano senza avergli prima aperto la porta. Egli non aspetta altro che questo invito per entrare e cambiare il sapore della tua cena e della tua vita. Luca usa quattro verbi precisi: prese, benedisse, spezzò, diede. Sono gli stessi verbi dell'Ultima Cena e della moltiplicazione dei pani. In questi gesti è riassunta tutta la vita di Gesù. Egli non ci offre qualcosa di esterno, ma prende la nostra umanità, la benedice con la sua grazia, la spezza nel sacrificio della croce e la dona a noi come cibo di vita eterna. Questo versetto ci dice che l'Eucaristia non è un rito distante, ma il momento in cui Dio entra nella nostra quotidianità per trasformarla. A noi il compito di metterlo al centro della nostra tavola e quindi della nostra quotidianità. I discepoli si accorgono del calore solo dopo. Spesso, mentre attraversiamo la prova, ci sentiamo freddi e bui. Eppure, rileggendo la nostra storia, possiamo dire: "Ma allora, in quel momento difficile, non sentivo forse una forza misteriosa?" Gesù ci accompagna anche quando siamo lenti di cuore e ci fa comprendere che la Scrittura non è un libro freddo perché se letta con Lui, diventa una fiamma che brucia le nostre paure e illumina il nostro futuro. La storia di Emmaus ci dice che non importa quanto siamo lontani o delusi: il Risorto ci raggiunge sempre. Ci insegna che per incontrarlo dobbiamo fare tre cose: ascoltare la Sua Parola, invitarlo nella nostra casa e riconoscerlo nel pane spezzato con i fratelli. Siamo partiti come fuggitivi, torniamo come testimoni. Il cammino di Emmaus è il nostro cammino: ogni volta che apriamo il Vangelo e ogni volta che spezziamo il pane, il nostro cuore può tornare a bruciare di speranza. |