Omelia (15-04-2026)
Missionari della Via


Prosegue il dialogo di Gesù con Nicodemo. Oggi evidenziamo in particolare un aspetto: il tema del giudizio. Noi solitamente pensiamo al giudizio (e, di conseguenza, al giudizio di Dio) come alla sentenza. Gesù, invece, offre una prospettiva diversa: in Dio il giudizio è anzitutto il fare verità, il portare alla luce le reali intenzioni del cuore. Per questo parla di un giudizio che avviene nel momento stesso in cui si accoglie l'annuncio di Gesù: accoglienza o rifiuto rivelano ciò che c'è nel cuore. In questa prospettiva, il giudizio ultimo di Dio sarà anzitutto far emergere la verità profonda dei nostri atti, delle nostre decisioni. Nulla sarà nascosto, tutto sarà portato a galla. Perciò, sarebbe cosa buona e giusta esercitarci in un'attitudine preziosa: l'autenticità. Gesù non a caso diverse volte ha elogiato i piccoli per la loro schiettezza nel rapporto con Dio e per la loro semplicità. Purtroppo, tante volte, crescendo ci complichiamo e quasi ci abituiamo a nascondere ciò che realmente siamo; anche nella Chiesa stessa, la prudenza diventa a volte ipocrisia, e quel "detto non detto" diventa talvolta manto con cui si coprono le reali intenzioni. Insomma, rischiamo di diventare maschere, non persone. Ecco allora l'invito di oggi: camminare verso l'autenticità che non è l'infallibilità; non è nemmeno dire o fare tutto quel che passa per la testa senza filtrarlo quanto piuttosto diventare veri davanti a Dio e agli altri. È smettere di vivere di maschere, ruoli e paure, per lasciare che venga alla luce ciò che siamo davvero. E ciò non per mero sforzo di volontà, ma come frutto di una vita vissuta alla luce dell'amore di Dio, che ci fa scoprire preziosi e amati per ciò che siamo, compresi limiti e fragilità, e non per ciò che superficialmente mostriamo. Non è perfezione, ma esercizio di coerenza umile. È avere il coraggio di dire: "Questo sono", senza giustificarmi e senza fingere. Paradossalmente, si diventa autentici non guardandosi ossessivamente dentro, ma lasciandosi guardare da Dio. Davanti a Lui non serve recitare: Lui ama ciò che è vero, non ciò che è impeccabile. Essere autentici, per un cristiano, significa vivere come figli, non come attori: liberi, vulnerabili, in cammino. E questa verità, anche quando costa, è sempre una forma di libertà.

«La prima caratteristica che vorrei evidenziare è il coraggio dell'autenticità, il coraggio di essere autentici. Infatti, la nostra vicinanza a Dio e ai fratelli si realizza e si rafforza nella misura in cui abbiamo il coraggio di spogliarci delle maschere che indossiamo, magari per apparire perfetti, impeccabili e ossequiosi, o semplicemente migliori. Le maschere non servono, cari fratelli, non servono! Presentiamoci agli altri senza schermi, per quello che siamo, con i nostri limiti e le nostre contraddizioni, vincendo la paura di essere giudicati perché non corrispondiamo a un modello ideale, che spesso esiste solo nella nostra mente. Coltiviamo «la sincerità e l'umiltà del cuore, che ci donano uno sguardo onesto sulle nostre fragilità e povertà interiori». Ricordiamoci che si è missionari credibili non per un abito che si indossa o per atteggiamenti esteriori, quanto piuttosto per la uno stile di semplicità e di sincerità. Questo è trasparenza. La credibilità riconosciuta a Gesù dalla gente che lo incontrava (cfr Mc 1,22) veniva dall'armonia che si vedeva in Lui tra ciò che annunciava e ciò che faceva. Armonia e coerenza... San John Henry Newman, parlando dell'autenticità metteva in guardia dall'atteggiamento di coloro che «vorrebbero agire con dignità e invece smettono di essere sé stessi» (papa Francesco).