Omelia (12-04-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Provare per credere o credere per provare?

Sembra che ci sia un antagonismo "credere - non credere" in tutto il capitolo 20 del Vangelo di Giovanni. Si comincia con l'arrivo di Maria Maddalena al sepolcreto e la sua scoperta che la tomba è vuota. Non crede però alla risurrezione, ma al furto di cadavere. Coinvolti e allarmati, accorrono Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava, e Pietro, vedendo le bende per terra e il sudario ben piegato e posto di lato, "vide e credette". Poi al cimitero resta solo Maria, che piange la scomparsa del cadavere e mentre piange vede due angeli all'interno della tomba e poi si accorge che il "rabbunì", il maestro è proprio li, dietro di lei. Corre ad avvisare i discepoli a casa di quella visione, ma a quanto pare la sua testimonianza non suscita ancora la fede. Del resto è pur vero che la parola di una donna non era ritenuta attendibile in circostanze delicate come questa.
Quando Gesù appare si manifesta nella gloria. Marco racconta che dovette rimproverare i suoi per la mancata fede in quello che altri raccontavano, ossia l'incontro con lui Risorto. Luca racconta anche che credettero di vedere un fantasma. Gesù però dal canto suo, secondo la versione di Giovanni, passa subito all'opera. Afferma di essere innanzitutto in comunione con il Padre e lo Spirito Santo, perché infatti è tutta la persona della Trinità che Dio si manifesta: Il Padre ha mandato il Figlio nel mondo per redimerlo e santificarlo; il Figlio di Dio è Appena risorto per comunicare la vita e lo fa' adesso, soffiando sui suoi e rivestendoli di Spirito Santo per conferire loro l'importante incarico di annunciare la sua resurrezione in tutto il mondo allora conosciuto. Gesù inoltre offre la pace, ossia quello stato di liberazione dell'animo e di conseguente recupero della serenità interiore e della risolutezza. E assieme alla pace offre anche lo Spirito, che conferisce loro il potere sui peccati degli uomini. Gesù si fida di loro, il che comporterà l'inizio della missione. Sempre lo stesso Spirito però infonderà quella virtù speciale che consentirà agli apostoli di vedere Cristo sempre come vivo e presente. Anche a prescindere da quella sera del giorno dopo il Sabato, lo Spirito darà loro l'indispensabile, per vivere, operare e annunciare. E che cosa è indispensabile prima di ogni altra cosa? La fede. Credere senza riserve né obiezioni, accogliere il mistero così come ci viene presentato, aderire ad esso e vivere costantemente di esso. La fede vuole l'apertura libera e incondizionata del cuore, il donarsi a Gesù riconosciuto come la Via e la Verità; la fede è immedesimarsi nel mistero e viverlo a fondo. Dice la Dei Verbum: A Dio che si rivela è dovuta l'obbedienza della fede". Obbedienza e non resistenza. Essa comporta l'aderire e il donare se stesso interamente a Colui che si rivela. La tendenza comune di resistere alla rivelazione è rappresentata generalmente da questo personaggio che vuole a tutti i costi vedere e toccare con mano. Non si affida alla testimonianza dei suoi fratelli, non accetta che a lui venga annunciato. Vuole tastare. Provare per credere. A dire il vero non è l'unico personaggio che vacilla e che si mostra refrattario: neanche gli altri apostoli concepiscono immediatamente che Gesù possa risuscitare. Anche i discepoli che tornano ad Emmaus da Gerusalemme, pur parlando di una "visione angelica avvenuta in alcune donne delle nostre", sono proclivi a non credere, anzi a disperare: "Credevamo che fosse lui a liberare Israele (Lc 24, 21). In Tommaso, unico fra tutti, non c'è la lacuna del non voler credere, ma quella di "dettare condizioni" al mistero di Dio: "Se non tocco con le mie mani, se non vedo il segno dei chiodi.... " Se non vedo, se non tocco, se non sento. Se non adopero cioè le facoltà sensoriali, quelle della sperimentazione e dell'esperienza. Gesù lo asseconda, ma la vera esperienza che dovrebbe fare non è quella del provare per credere, ma del credere per provare. Dovrebbe aprirsi a questa realtà che gli viene data gratuitamente, considerando, come dirà Paolo, che la fede deriva dall'ascolto di un annuncio.
A dire il vero la fede non è neppure sottomissione acritica e passiva. Essa vuole convinzione, consapevolezza, decisione e determinazione. Vuole anche razionalità e argomentazione per dare ragione di se stessa; si avvale anche della filosofia e della scienza per offrire la fondatezza e la legittimità di questo "credere". Perché credere vuol dire anche vivere con radicalità l'oggetto del mistero. La fede non può restare relegata nei ripostigli, non può trasformarsi in una masserizia da gettare in fondo al baule, da utilizzarsi solo quando ne abbiamo estrema necessità. Deve spronarci a sperare e soprattutto a testimoniare. A vivere l'amore.
Se non si fossero lasciati sedurre da tale "obbedienza" alla rivelazione del Risorto, gli apostoli non avrebbero potuto accogliere il mandato di Gesù di andare in tutto il mondo a rendergli testimonianza. Non si sarebbe verificato il bellissimo riscontro di cui parla la Prima Lettura inerentemente alla condivisione e alla collaborazione fra gli apostoli che, man mano che accolgono sempre più persone al loro seguito, si organizzano in un focolare di familiarità che li rende "un cuor solo e un'anima sola". La fede di questi discepoli di Gesù è condivisa fra tutti, alla pari dei beni che si mettono ai piedi degli apostoli. Proprio in forza di questa condivisione si reca l'annuncio che accresce il numero.
Non ci si può fermare alla tomba vuota. Occorre dare l'annuncio senza riserve e propagarlo e testimoniarlo con la vita. Facendo così della vita intera un "credo".