Omelia (12-04-2026)
don Andrea Varliero
Un corpo, un corpo ferito

Didimo. Gemello. Fratello gemello: a chi? A noi stessi. Tommaso detto Didimo, è il nostro fratello gemello. Noi, come lui, non eravamo presenti. Io, come lui, se non vedo non credo. Io, come lui, se non metto le mani, se non tocco, se non faccio esperienza, non credo. Perché un racconto non basta, è necessario un incontro. Perché se questa notizia è vera, se questa notizia è come un corpo abbracciabile, ne va dell'intera mia e nostra vita. Ringrazio Tommaso, ringrazio la sua domanda, ringrazio la sua ricerca. Lo ringrazio per essere stato l'unico ad uscire da quella stanza sprangata a morte dalla paura e dall'aria stantia. Ringrazio Tommaso per la sua rigida ricerca, la sua richiesta di un dato, di una prova, di un peso alla parola annunciata. Tommaso mi insegna che la fede è un continuo cammino, una continua ricerca, una passione che mette e rimette in discussione; non dare nulla e nessuno, mai, per scontati. Il Dio di Gesù Cristo non è scontato, non è banale, non è sempre a portata di mano. Occorre ancora oggi riprendere il cammino, occorre anche oggi far fiorire la domanda, occorre anche per noi una ricerca, come per Tommaso.
Incontra un corpo. La fede è corpo, la fede cristiana ha a che fare con un corpo. Paradossalmente, in questi anni in cui siamo alienati dal corpo, immersi in un mondo virtuale di immagine e di parole, in cui il corpo è distrattamente inascoltato per paura di non essere all'altezza, la fede ci indica sempre il corpo. Ripartire dal corpo, per non alienarci. Ripartire dal corpo, per la pace. Ripartire dal corpo, per non fare di Dio un'idea distorta a nostro uso e consumo. Il corpo è l'altro.
Incontra un corpo ferito. Nessuna di quelle lacerazioni si è rimarginata, nessuna. Il fianco è rimasto completamente aperto, i segni sulle mani aperti, gli squarci sui piedi aperti. Il corpo del Risorto non è un corpo perfetto, anzi. Non è levigato, non ha dimenticato nessun attimo, nessun colpo, nessun dolore della Croce. Come i nostri corpi: sono memoria, ricordano tutto. Le smagliature sono i parti che hanno generato vita, le nostre cadute in bicicletta, le fratture, i nostri pericoli corsi da bambini, le nostre notti in corsia. Il corpo ricorda tutte le paure, tutti gli abbandoni, tutte le ferite, che la mente non riesce a decifrare. «I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è ciò che avviene quando la parola si fa carne» (Leonard Cohen). Quel corpo ferito a morte non rimargina nessuna delle piaghe, anzi le mostra come segno di autenticità. Come per Lui, anche per noi: le nostre ferite sono spesso le aperture alla parte migliore e più bella di noi. Ripartire dalle ferite, ma non ne abbiamo il coraggio, significa consegnarsi completamente all'altro, essere vulnerabili. Il corpo risorto è un corpo vulnerabile. E se Dio guardasse non alle nostre medaglie, non alle lauree o ai diplomi, ma alle nostre cicatrici? Sarebbe il primo passo per un corpo risorto.
Mio Signore e mio Dio! È il grido di fede più bello che Tommaso intona in quella sera di Pasqua. Mio, come parte di me. Mio, come sono gli amanti e i figli, ci si appartiene. Mio, come la nostra identità, la nostra anima. Mio, come la vita.
Si conclude così il Vangelo di Giovanni, almeno la prima parte: come un libro incompleto, come un libro aperto. Straordinario, geniale. I libri che ho letto mi hanno sempre insegnato la parola «fine», «punto», «e vissero felici e contenti». Il Vangelo no: nessun punto, nessuna fine, nessuna pagina da chiudere per ritornare alla vita. «Fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro»: quel Vangelo sta continuando ad essere scritto da tutti noi. Sta continuando ad essere scritto nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, nelle nostre coscienze. Quel Vangelo sta continuando ad essere scritto nella piccola storia e nella Grande Storia, libro che è vita.
Oggi la Chiesa porta a compimento la Pasqua, otto giorni dopo. I battezzati si toglievano le vesti bianche indossate la notte del Battesimo, domenica in albis. Oggi Giovanni Paolo II ci ha indicato la Misericordia, domenica della Divina Misericordia. Che cos'è la Misericordia? È un corpo, un corpo ferito, un corpo che insegna a lasciarci ferire per generare vita, a lasciarci perdonare per generare perdono. Scrive un autore: «Dalle ferite più belle non sprizza sangue, ma luce a fiotti. E non si ha il diritto di toccarle se non con mani altrettanto ferite e piene di luce».