| Omelia (10-04-2026) |
| Missionari della Via |
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Gesù Risorto si è già manifestato due volte e i discepoli tornano a pescare ma non pescano nulla. Simboleggia il vuoto che si vive senza Gesù, quando si prendono iniziative che lasciano il tempo che trovano, compensazioni che si rivelano inutili fughe dalla realtà, quando facciamo cose che partono da noi e finiscono con noi. Pietro e gli altri sembrano "aver dimenticato" quanto vissuto, come se non fosse bastato, come se lo sconforto e il richiamo della vecchia vita fosse stato più forte. Eppure Gesù li va a cercare, anche lì, per l'ennesima volta i suoi discepoli; e proprio lì continua a cercare tutti noi. Gesù, irriconoscibile dalla riva, li invita a gettare le reti dal lato destro: essi lo ascoltano, gli obbediscono e catturano 153 pesci grandi senza che la rete si rompa. Giovanni lo riconosce per primo, Pietro si getta in acqua per raggiungerlo, e Gesù condivide pane e pesce, simbolo dell'eucaristia. Questa apparizione sottolinea il riconoscimento del Risorto non con gli occhi, ma con la fede e l'ascolto della sua parola, che porta frutti abbondanti. È un invito prezioso anche per noi che non lo vediamo, ma siamo chiamati ad ascoltare la sua parola, a discernere tra pensieri e desideri, per scegliere ciò che è secondo il suo cuore, ciò che porta frutto. Per farlo, è importante partire dal primato della grazia, dell'ascolto; il rischio è che il nostro agire diventi sterile, perché meccanico, perché volto solo al fare, oppure orientato alla ricerca di stimoli, di compensazioni egoistiche che lì per lì soddisfano superficialmente ma poi lasciano il vuoto. E questo ascolto conduce i discepoli da Gesù, che prepara il pranzo, lo condivide; gesti semplici, che parlano d'amore, che rimandano all'eucaristia dove, ieri come oggi, Egli continua ad incontrarci e a scaldarci il cuore. «Come si manifestò dunque? Narrando loro che la quotidianità così semplice può essere abitata dalla dismisura dell'amore di Dio. Dicendo loro ancora una volta che l'abbondanza dell'amore di Dio non è visibile se non nei gesti dell'amore quotidiano, del preparare una tavola, del condividere un banchetto, del vivere la fraternità e l'amicizia, dell'interessarsi del lavoro altrui, del dire all'altro: tu mi interessi e io voglio coinvolgermi con te e fare il tuo bene. Il passaggio pasquale avviene così, discretamente, silenziosamente. È così che il gruppo smarrito ridiviene comunità sulle rive del lago di Tiberiade. La comunità riprende vita ricordando ciò che ha vissuto, un'avventura di amore, ricordando la propria vocazione, che è quella di perseverare nell'amore. Ecco attorno a cosa si ricompone la comunità: l'obbedienza alla parola, la condivisione del lavoro e del pasto, la memoria dell'amore e la riconferma dell'impegno di amare» (L. Manicardi). |