| Omelia (06-04-2026) |
| Missionari della Via |
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Il brano del Vangelo di oggi ci consegna una scena carica di tensione. Da una parte quella positiva delle donne, che dopo l'esperienza del risorto corrono a darne l'annuncio; dall'altra quella delle guardie, corrotte dai capi dei sacerdoti per ottenerne il silenzio. Da un lato l'annuncio della vita che vince la morte, dall'altro la morte che, con le sue subdole strategie, tenta ieri come oggi di soffocare la verità manipolandola. Partiamo dalle donne: in esse troviamo un mix di gioia e timore che coesistono insieme. come a dire: la risurrezione non è una favola rassicurante, ma un evento che scompagina, che costringe a rimettere in gioco tutto. È la gioia di chi ha sperimentato qualcosa di vero, e sa che quella verità cambierà la vita. Le donne corrono non perché hanno capito tutto, ma perché hanno sperimentato quanto basta, e non sono più sole davanti alla morte. Esse infatti si mettono a correre verso i discepoli non prima (inventandosi qualcosa) ma dopo aver visto Gesù risorto; quel Gesù che non spiega loro i dettagli della risurrezione, ma si fa riconoscere, dicendo alle donne - e a noi - «non temete». La fede cristiana non nasce da un'idea ma da un incontro che rassicura. Gesù si fa riconoscere, e allora cambia tutto. Ed è ciò che dobbiamo chiedere: Signore, fatti riconoscere! Signore, parla al mio cuore! Soprattutto nei momenti difficili, nei lutti dolorosi, negli eventi che sembrano sovrastarci. Le risposte servono, certo, ma al di sopra di tutto abbiamo bisogno che Gesù si faccia riconoscere, che tocchi il nostro cuore. Infine, spostiamoci sulla conclusione emblematica del Vangelo: mentre le donne annunciano la vita, altri comprano il silenzio, costruiscono una versione alternativa dei fatti. Qui il Vangelo è durissimo e attualissimo: si può assistere alla Pasqua e scegliere comunque la menzogna. Spesso il problema non è non credere a quell'evento, ma non lasciarsi cambiare da quell'evento. È preferire la difesa del proprio io alla verità di Dio quando diventa scomoda, quando ci tocca nel vivo, quando chiede di sapersi umiliare, riconoscendo il proprio peccato. La risurrezione è l'evento più grande, il saldo definitivo, ma per essere efficace nella nostra vita, chiede conversione, non solo ammirazione. O la Pasqua entra nelle pieghe della nostra storia, oppure resta una notizia religiosa senza efficacia salvifica per noi. «I segni della Pasqua del Signore li possono vedere anche coloro che non credono: ma i segni della nostra Pasqua dove sono? Perché essi appaiano e ognuno li veda, è necessario che i cristiani «compiano» in se stessi ciò che manca alla passione di Cristo. Noi siamo tuttora nella fase del rifiuto: Allontana da me questo calice. Quando avremo la forza da aggiungere: Però, non la mia, ma la tua volontà sia fatta (Lc. 22,42)? Questa è la prima condizione, convalidata dall'esempio del Maestro, la quale può portare i cristiani nel giorno che il Signore ha fatto. Ogni rifiuto di bere la nostra sorsata di dolore comporta fatalmente la legittimità del soffrire degli altri e l'aggravamento di esso. La mia croce va a cadere sulle spalle di questi e di quelli; e quando li vedo a terra gravati dal mio carico, ho persino la spudoratezza d'incolparli dell'andar male di ogni cosa. Chi rifiuta il Calvario, non fa la Pasqua. Fa la Pasqua e aiuta a fare la Pasqua chi porta la propria croce e dà mano alle spalle degli altri. Dove vuoi che prepariamo la Pasqua? (Mt. 26, 17) gli chiedono i discepoli il primo giorno degli azzimi. Non c'è più bisogno di chiederglielo. Ora, sappiamo dove si fa la Pasqua, e ne sappiamo anche la strada, che passa attraverso i segni dei chiodi. Non ce n'è un'altra. Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione. I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume, non è un sepolcro glorioso. Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito, è fuori della Pasqua. Chi fa le sue opere per richiamare l'attenzione della gente, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua. Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua. Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà, rinnega la Pasqua. Chi lava il piatto dall'esterno, mentre dentro è pieno di rapina e d'intemperanza, non fa posto alla Pasqua. Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l'alleluia della vita esulta perfino nell'aria e nei campi; ma chi sulle strade dell'uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore? Una cristianità che s'incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l'alleluia è soltanto un rito e non ha trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte dell'uomo, come può comunicare i segni della Pasqua?» (don Primo Mazzolari). |