Omelia (05-04-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Pasque è vivere per sempre

Aveva respinto tutte le sfide e le provocazioni di chi lo canzonava: "Scendi dalla croce e ti crederemo"; aveva usato impassibilità di fronte allo stupore di chi osservava "Ha salvato altri e non può salvare se stesso." E aveva anche accolto tutto il vituperio e l'ignominia a cui lo avevano sottoposto, senza opporre resistenza, come abbiamo contemplato nei giorni scorsi. Durante i quali ci domandavamo: perché? Oggi, il mattino del primo giorno dopo il Sabato (come descrive Giovanni 20,1) ecco che Gesù ci fornisce la risposta a questi interrogativi, non già con una serie di sermoni o di esposizioni dottrinali, ma semplicemente con un Evento. Un avvenimento che però non lo vede in azione, protagonista in prima persona, come quando si raccontava dei suoi miracoli di guarigione o di resurrezione (Lazzaro, la bambina dodicenne, il figlio della vedova di Nain..): Quando Maria di Magdala, ancora nottetempo, giunge al sepolcro infatti non vede lui nell'atto di fuoriuscirne o di smuovere le pietre. Vede solo la pietra ribaltata e il sepolcro vuoto; corre ad informare gli altri discepoli e Pietro e Giovanni accorrono, vedono e credono. Gesù è risuscitato. A dire il vero anche gli altri evangelisti descrivono la fede dei discepoli solo in seguito all'apparizione gloriosa di Gesù, Marco addirittura dice che Gesù dovette rimproverarli per la loro incredulità iniziale e Luca descrive che deve consumare una razione di pesce davanti a loro perché si persuadano del tutto. Comunque l'Evento è questo: Gesù è risorto dai morti e questa è la spiegazione della suddetta impassibilità e dell'umiliazione a cui non si era opposto durante le provate tappe della passione. Non si trattava di un vicolo cieco nel quale si sarebbe impelagato senza via d'uscita, ma di una tappa necessaria perché si realizzasse la vera vittoria sul dolore e sulla morte. Questa vittoria non è data dalla vendetta, né dalla fuga e nemmeno dal controstimolo della violenza per la legittima difesa. La vittoria sul dolore è data dall'affrontare lo stesso dolore con il massimo della sopportazione e della fiducia per poter trovare la ragione fondamentale di ogni sofferenza e per essere in grado di potervi motivare la speranza. La vittoria sulla morte doveva essere data non aggirando l'ostacolo ma affrontando di petto la morte stessa, quella che fa paura a tutti, specialmente se preceduta dalle atrocità dei lunghi patimenti. La resurrezione è la vittoria definitiva sul dolore, sul male e sulla morte e per ciò stesso è la garanzia di vita e di eternità. Con il sangue sparso sulla croce Gesù inoltre doveva pagare il prezzo delle nostre colpe, riscattarci, recuperarci alla dignità di figli presso il Padre, perché le nostre sole forze non sarebbero bastate a pagare noi stessi il debito inestimabile che il peccato ci contrae con Dio. Con la resurrezione Gesù si manifesta come il Vivente che dona la vita a tutti coloro che credono in lui. Ecco allora la risposta al quesito del "perché?" di cui si parlava in apertura: Gesù doveva patire, soffrire, essere perseguitato e osteggiato perché solo la croce poteva salvarci e soprattutto solo la resurrezione poteva darci la vita.
Lo spiegherà successivamente agli stessi discepoli, che probabilmente avevano concepito la crocifissione coma la sua definitiva sconfitta: Era necessario che il Figlio dell'Uomo soffrisse, venisse riprovato e ucciso, come avevano del resto previsto le Scritture. Ma dopo sarebbe resuscitato per non morire più e preché noi tutti fossimo partecipi della sua stessa dimensione da Risorto, anche noi risorti con lui, per una vita migliore nell'oggi e per un futuro di gloria al momento del trapasso verso l'altra vita. Risorgere con Cristo vuol dire non morire in eterno; neppure la morte fisica può mai deprimerci e spaventarci, perché ci attende il compimento della speranza nell'incontro definitivo con il Dio della vita per cui anche il morire è vivere. Risorgere però vuol dire vivere in pienezza il presente, quello che Schopenauer chiamava l'intervallo fra la vita e la morte del quale occorre approfittare. Vuol dire insomma vivere la pienezza del presente senza troppe ansie del passato, ma protesi verso il futuro, qualificare la nostra vita nell'oggi perché siamo pronti a goderne i frutti nel Domani che ci atgtende.
La Pasqua (=passaggio dalla morte alla vita) è per questo motivo il nostro orgoglio cristiano, la Festa principale della nostra fede e la ragione della nostra gioia. Dovremmo esserne convinti non solamente oggi che esaltiamo il Signore risorto e innalzato, ma ogni Domenica, essendo questa la nostra Pasqua settimanale nella quale si celebra il memoriale della passione e della resurrezione di Gesù, unita tutta la comunità attorno al pane eucaristico. Dovremmo a tal proposito apprezzare la Domenica e partecipare con entusiasmo, gioia e rinnovato coinvolgimento alla gioia dell'incontro con Gesù Risorto che si dona a noi con lo stesso spessore di amore con cui si donò ai discepoli. Della Pasqua dovremmo esaltare i contenuti nel corso della vita intera, nella testimonianza continua della gioia di appartenere a Cristo, di essere stati rinnovati da lui e di vivere come nuove creature. Con la Pasqua anche nelle tribolazioni e nelle prove dovrebbe realizzarsi in noi il passaggio dalla disperazione alla speranza, dalla sconfitta alla vittoria, dalla negatività all'ottimismo. La Pasqua dovrebbe insomma essere il contrassegno, il distintivo della gioia che si riproduce anche nella concretezza di ogni opera d'amore. Gesù non è risuscitato per se stesso, ma per darci la via e per raccogliere in questa vita ogni nostra dispersione e deperimento. La gioia che ha apportato la lieta notizia che gli apostoli hanno poi annunciato sia sempre la nostra forza.

AUGURI DI BUONA PASQUA A TUTTI.