Omelia (05-04-2026)
don Alberto Brignoli
Sappiamo “fare Pasqua”?

Oggi è un'espressione caduta un po' in disuso, ma può ancora accadere di sentire qualcuno - soprattutto avventori "occasionali" delle chiese - dire "ho fatto Pasqua", una volta celebrato il Sacramento della Riconciliazione, ricevuta la Comunione e magari partecipato a una celebrazione in più rispetto al solito, in questi giorni del Triduo Pasquale. È una dicitura che mi è sempre suonata un po' strana, anche solo per il fatto che l'unico che ha veramente "fatto Pasqua" è Gesù Cristo, e noi commemoriamo la sua Pasqua ogni volta che, nel corso dell'anno liturgico, giungiamo alla contemplazione di quei giorni che costituiscono il culmine della nostra redenzione: anche ogni domenica, per noi cristiani, è memoriale della Pasqua.
Non sta certo a me giudicare la fede di nessuno, perché non è affatto compito mio. Eppure, io ritengo che non sia giusto pensare di "fare Pasqua" solo attraverso la commemorazione e la celebrazione dei riti della Settimana Santa, per quanta devozione ci si possa mettere. Ci vuole qualcosa di più.
Ci vuole, a mio avviso, la capacità di "fare Pasqua" risorgendo veramente, con Cristo, a vita nuova nonostante ci troviamo quotidianamente circondati da una vita "vecchia" che di tutto ci parla, fuorché di Resurrezione. E allora, guardiamoci dentro e chiediamoci, con tutta sincerità: sappiamo "fare Pasqua" nonostante tutto?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante il sacrificio pasquale, nella terra di nostro Signore, non sia più quello dell'agnello immolato al tramonto, ma quello di tante, troppe vittime innocenti di guerre quanto mai insensate e inutili?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante i potenti della terra - quelli che ritengono di avere in mano le sorti dei popoli - dimostrino di essere capaci di tutto, meno che di costruire un mondo basato sulla giustizia, sulla prosperità e sulla pace?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante le borse mondiali salgano e scendano in base ai giochi della guerra, mentre la nostra borsa, quella della spese, rimane sempre più vuota, perché a noi di questi giochi di potere non ne viene nulla?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante le immagini di morte, di fame e di miseria che ogni giorno la televisione e i media in generale fanno scorrere davanti ai nostri occhi, e subito dopo ci viene "passata" la pubblicità del solito idiota reality show, o peggio ancora di cibo per animali servito su piatti d'argento, in dimore a dir poco principesche?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante la vita, in questo momento, sia inclemente con noi, e ci costringa a una malattia cronica, grave, irreversibile, lunga e spesso costosa, dovendo magari sempre dipendere dagli altri?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante ci troviamo costretti (se vogliamo sopravvivere e far sopravvivere i nostri familiari) a dover lavorare anche il giorno di Pasqua, magari senza le dovute gratificazioni?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante ci si sacrifichi per far crescere bene i propri figli e questi si comportino tutt'altro che bene, oppure - ancor peggio - si trovano immersi in una realtà che insegna loro l'esatto contrario?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante si vada in chiesa e si veda la Chiesa smarrire la strada tracciata dal Maestro?
Sappiamo "fare Pasqua" nonostante la morte di qualche persona cara non ci lasci in pace? Sappiamo "fare Pasqua" nonostante le nostre ansie, le nostre preoccupazioni, le nostre depressioni, i nostri problemi sembrino schiacciarci la vita? Sappiamo "fare Pasqua" nonostante le notizie siano solo di cronaca nera?
Questo incalzare di interrogativi dalle risposte quasi scontate e poco rosee non ci apre certo a prospettive di speranza...
Ma se a tutte queste domande, o anche solo ad alcune di esse, abbiamo risposto "sì", allora siamo uomini e donne di speranza, che sanno - come i grandi della fede - sperare contro ogni speranza.
La Pasqua di Cristo non risolve le malvagità del mondo: le lascia lì, dove sono, al loro posto, come la zizzania che cresce insieme al grano buono. Perché con la morte, i conti si fanno alla fine.
La Pasqua, tutte queste cose, le redime, cioè le salva, le santifica, le fa sante, proprio ridando loro speranza. Cristo prende quel pezzo di legno, tutto storto, pieno di nodi, scheggiato e ormai pieno di sangue, e lo trasforma nel più conosciuto e amato tra i "patiboli", addirittura appeso al collo come un gioiello: e lo lascia anche al collo dei potenti, di quelli che nella croce non credono, ma che le croci le fabbricano agli altri, all'umanità. Ci piacerebbe tanto che la sua Resurrezione eliminasse tutte le croci e, insieme a esse, chiunque le fabbrica: ma Dio non agisce così. Dio, nel suo figlio Gesù, prende le croci dell'umanità e le trasforma in segno di salvezza.
"In hoc signo vinces" - "Nel segno della Croce vincerai", disse Cristo apparendo in sogno prima della battaglia all'imperatore Costantino. Ancora oggi Cristo ci dice: "In questo segno vincerai", ma stavolta non è più un sogno di guerra, è la realtà della Pasqua legata alla pace e quindi alla vita. In questo segno di morte troverai la salvezza se saprai "sperare conto ogni speranza".
La speranza è l'ultima a morire; anzi, in Cristo la speranza non muore più, perché è Cristo che non muore più: la morte, da oggi, non ha più alcun potere su di lui!