| Omelia (03-04-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Il peso delle Parole, il peso della Croce Le parole sono pesanti: quello che dico fa parte del mondo, ha forma e peso, crea. Parole di odio innescano spirale di odio. Parole di amicizia fanno fiorire amici. Parole di stima realizzano persone. Parole come "Io accolgo te", "è nato!", "Sono stato assunto", "ti amo", sono così vitali da cambiarci la vita. Noi siamo le nostre parole. E se sono parole di facciata, e se sono parole di rancore, e se sono parole senza misura e senza impegno, dicono di noi, narrano unicamente di noi, della nostra fragilità, del vuoto. Le parole pesano, hanno un peso. In questo Venerdì Santo, ai piedi della Croce, porto il peso di poche parole, sette in tutto. Sono tutte parole pesate, soppesate, soprattutto vissute, e perciò sono parole belle, perché le puoi leggere in volto. «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Perdonare, non rispondere al male con altro male. Forti, senza essere violenti. Perdono è il suo stesso volto. Non ha rimarginato né dimenticato nessuna delle ferite, i colpi dei flagelli romani, gli sputi, lo schifo che gli è stato vomitato addosso. È tutto presente, è ancora tutto scritto: perdonare non è dimenticare. Eppure, non ha permesso né al rancore né alla vendetta l'ultima parola, ha lasciato una porta aperta ad un domani, una porta aperta al nemico che magari chissà. Perdono. «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). «Con me» è la parola che sento rantolare dalla Croce: stai con me, rimani con me. Sono di fretta, non ho più tempo. Verso dove non lo so, non sto gustando più nulla, ma ho paura a fermarmi; potrei sentirmi cadere nel vuoto, stringere niente tra le mani. Con me, c'è possibilità di Paradiso, di vita. Sento rantolare dalla Croce: stai con me. «Donna, ecco tuo figlio!», «Ecco tua madre!» (Gv 19,26-27). Ma come! La Croce non è il luogo della massima solitudine, della gelida distanza, dell'uomo lupo all'uomo? Non sono fuggiti via tutti, non hanno detto tutti che era meglio essere altrove? Ascolto meglio la Croce. È luogo di madri e di fratelli, è legno di figli, è albero di relazioni. Nuove, possibili. Tua Madre, tuo figlio, la tua vita, i tuoi legami, sussurra la croce. Tuo figlio, tua madre. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Abbandono. Sì, anche Dio abbandona, persino Dio ci delude, ci ha lasciati soli in quella corsia di ospedale, in quel referto medico, a quella notizia improvvisa. Quando ne avevamo più bisogno, come qualsiasi altro ha voltato le spalle. E dunque, se anche Lui, il figlio, la fiducia totale nel Padre, da quella Croce si sente lasciato solo, perché questo non dovrebbe toccare anche a me, perché cerco un Dio dell'altrove? Abbandono, per abbandonarmi completamente in Lui. Abbandonati, per abbandonarsi, per affidarsi. «Ho sete» (Gv 19,28). Quel legno della Croce è un albero che chiede acqua, che mendica in ginocchio di essere innaffiato e curato, custodito come una piantina fragile. Ha sete di noi, ha desiderio del nostro stesso desiderio. La sete, come quella di un appassionato innamorato, come quella di un bambino appena rientrato in casa, come quella di un anziano sulla poltrona, quella stessa parola: ho sete. «È compiuto!» (Gv 19,30). È finito, c'è un qualcosa che è portato fino all'estremo, che è compiuto. Mi sento sempre incompiuto, c'è sempre qualcosa alla nostra vita che non quadra, che non si compie. Ma lì, dalla croce, si completa l'umanità, si giunge a percepire finalmente un volto di Dio inimmaginato. Compiuto non con le armi, non con l'umiliazione, non con la guerra, ma compiuto nel dono. La Croce: Dio è compiuto. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Il Padre, il Figlio, lo Spirito, tutti sono insieme sulla Croce. Tutto quello che l'uomo chiama morte, croce, il Figlio lo chiama Spirito, vento che continua a creare. Anche la morte è soffiata, è luogo dello Spirito. Perdono, con me, tuo figlio tua madre, abbandonato, ho sete, è compiuto, lo spirito. Sono sette parole pesanti, pesantissime, che sostengono una Croce intera, una vita intera. Sono sette parole che mi chiedono di guardare in silenzio, di lasciarle ancora maturare in me. Sono parole che io non avrei mai pronunciato, ed è per questo che sono chiamato a impararle. Il peso della Croce, il peso delle parole |