Omelia (03-04-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Per amore della verità e per la verità dell'amore

Colui che era stato artefice di vita per mezzo di interventi straordinari quali la resurrezione di Lazzaro e quella del figlio unico della vedova di Nain, adesso è fustigato e messo a morte. Anche di fronte alla meraviglia di tutti coloro che da lui si aspetterebbero una reazione violenta e disinvolta che lo libererebbe o almeno una fuga o un atto che metta fuori combattimento i suoi aguzzini, Gesù resta soccombente e passivo. Soffre percosse, umiliazioni, sputi, si fa incoronare da quella denigratoria corona di spine che a dire il vero non è posta sul suo capo a casaccio: è rappresentativa della regalità che si esercita nella sofferenza e nell'abbandono più che nella coercizione e nell'imposizione. Ci si domanda: come mai Gesù respinge ogni difesa, anche quella di Pietro, che estratta la spada colpisce il servo Malco del Sacerdote? Come mai, come egli stesso contempla, non chiama in suo aiuto il Padre che gli manderebbe dodici legioni di angeli? Un solo angelo avrebbe sbaragliato tutti i suoi avversari. Una sola legione di angeli avrebbe potuto affermare in pienezza la sua autorità legittima sul mondo e sull'universo intero, eliminandogli qualsiasi fastidio o molestia. E' inverosimile che lui, figlio di Dio, oltraggiato non risponde con oltraggi (1Pt 2, 23 - 25) e si sottomette all'ignominia e al vituperio. In precedenza vi era stato Socrate, che per coerenza con i suoi principi di verità e per amore della filosofia e della conoscenza, aveva accettato la condanna a dover bere la pozione di cicuta, pur sapendo di essere innocente. Gesù si consegna a una morte ancora più crudele e spietata per rendere testimonianza alla verità (Gv 18, 37) e questo significa rivelare Dio Padre e il suo amore illimitato per noi. La verità è la stessa Persona di Gesù, che ha rivelato la volontà di Dio Padre che tutti gli uomini siano raggiunti dal suo amore e conseguano la sua salvezza. Io sono la via, la verità e la vita aveva detto Gesù di sé; doveva consegnare agli uomini la verità che tutti hanno sempre cercato per ogni dove; doveva farlo per amore dell'uomo e quindi nella forma dell'autoconsegna più gratuita e più spontanea. Questa verità è quella che fa liberi (Gv 8, 9), che affranca dalla schiavitù del peccato e che conduce alla salvezza definitiva, conseguendoci la vita adesso e nel domani di lassù. E' la verità dell'amore di un Dio che supera l'iinerzia e che vince con l'amore la sua ostinazione al male. Quindi non poteva che consegnarsi egli stesso alle percosse e alla passione, finalmente allo strazio e alla morte, perché questa verità raggiungesse tutti gli uomini. Non astrattamente o tramite digressioni, ma per mezzo dell'amore incondizionato e oltremisura.
E così Gesù non soltanto non scappa, ma si autoconsegna egli stesso. Non soltanto omette di rivendicare la sua regalità sui Giudei, ma accetta di essere catturato "con spade e bastoni" (Mt 14, 46 - 52), un trattamento riservato ai sediziosi e ai criminali più pericolosi. Quando la polizia Non solamente non oppone resistenza e non rivendica alcun diritto, cosa che potrebbe benissimo fare legittimamente, ma si espone a tutte le infamanti accuse e a tutte le percosse. Anzi, per amore dell'uomo accetta di accrescere il suo dolore, di non bere vino mescolato a fiele perché questa strana bevanda avrebbe funto da anestetico, togliendogli o limitandogli la capacità di intendere e invece lui vuole soffrire e morire in piena coscienza. Berrà solo l'aceto poco prima di morire, a simboleggiare l'accoglienza del dolore fino alla fine.
Qualsiasi altro procedimento di tortura e di uccisione, per quanto spietato, non è sarà mai più tremendo e più crudele della croce, che comporta lunghissima agonia per una posizione lancinante sul legno. Ogni altro strumento di tortura è durevole fino a un certo punto. Gesù si sacrifica proprio su questo strumento ligneo e la sua sofferenza, rispetto a quella degli altri condannati, diventa ancora più insostenibile perché corredata dalle percosse morali delle ingiurie, degli insulti e dei vituperi. Tutto questo appunto per amore degli uomini che devono venire a conoscenza della verità di un Dio che non fa altro che amarli. Amarli fino alla fine, cioè fino a dare il suo sangue per loro, per riscattarli dai loro peccati e renderli giusti davanti a Dio. L'uomo infatti non potrebbe salvarsi in alcun modo se Cristo non avesse pagato il suo prezzo. "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13) e dare la vita in uno strumento di supplizio estremo rende ancora più palese che l'amore di Dio arriva fino all'inverosimile. E solo Dio è capace dell'inverosimile per noi.