| Omelia (02-04-2026) |
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COMMENTO ALLE LETTURE Commento a cura di don Marco Simeone La colletta iniziale della liturgia odierna dice che oggi il Padre ci ha riunito qui per celebrare (in modo eterno) Gesù che ci affida l'eterno sacrificio, l'offerta perfetta di Sé, che riconcilia tutto e tutti col Padre. Non si tratta di fare memoria come verrebbe naturale a noi uomini: noi pensiamo, ricordiamo e gustiamo nel gesto tutto l'amore che il Signore ci ha voluto dimostrare e ci fa stare meglio. Veramente troppo poco. Già Mosè nella prima lettura usa l'espressione: questo mese (v. 2), un oggi (v. 14) che dovete celebrare eternamente: celebrare il memoriale significa rendere in eterno presente quel momento che si rinnova, che continua ad effondere la sua potenza di liberazione. Il ripetersi nel tempo non fa altro che declinare nella realtà che cambia l'Alleanza che libera e fa vivere: è un eterno oggi. Tremila anni fa era l'Egitto del Faraone, oggi è la Guerra che ci dà il senso di smarrimento che proviamo, la fatica di uscire dalle nostre zone di sicurezza per entrare in contatto con gli altri, l'individualismo che ci ha imprigionati dentro i labirinti che ci costruiamo ogni giorno. Ma Gesù fa qualcosa di ancora più grande di Mosè: questa liberazione non avviene semplicemente allontanando il pericolo (cfr. l'uscita dall'Egitto e la libertà nella terra promessa) ma ci salva perché ci fa entrare in comunione con Lui, una comunione diretta, totale, che ci sorpassa eppure è efficace perché cambia noi e non l'esterno. Giovanni lo spiega benissimo: l'introduzione è solenne: Gesù sa che sta per passare da questo mondo al Padre, sa che ha poco tempo e ha la necessità di rendere il più chiaro possibile ciò che ha fatto fino a quel momento, e ciò che sta per vivere (la Passione). Si alza (segno di dignità) ma poi depone le vesti, si cinge di un asciugamano e si mette in ginocchio: da re a servo. Questo gesto, dice Giovanni, accade con Giuda lì presente che già nel cuore ha il seme cattivo che il diavolo gli ha messo: il massimo dell'amore mentre sta maturando il massimo del rifiuto (la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno accolta/vinta). Come l'ultimo dei servi Gesù lava i piedi ai 12, è una scena che lascia gli apostoli senza parole (tranne Pietro) semplicemente perché è troppo: va bene il toccare lebbrosi e peccatori, guarire anche gli ingrati, perdere tempo con gli scribi e i farisei che volevano solo screditarlo, ma scendere così tanto in basso.... Ma poi perché? Ne avevano bisogno (spiritualmente)? È Pietro che insorge: questo è troppo! Pietro parla perché vuole bene a Gesù e non Lo vuole vedere umiliarsi. Ma anche perché forse pensa di non averne bisogno: io sono bravo! Anzi, il migliore dei 12! Forse gli altri, ma io no! Io mi sono meritato di essere il tuo braccio destro... Quanto mi assomiglia Pietro... "Tu ora non puoi capire, ma lo capirai dopo" e quando è il dopo? Forse dopo il canto del gallo? Forse nel sepolcro vuoto? Nel cenacolo o sulla riva del mare? Ognuno può scegliere. Ma se non accoglierai questo gesto non avrai parte con me: significa che rifiuterai il mio amore che ti salva, ora e sempre. Il gesto che fa Gesù è così importante, riassuntivo ed esplicativo, che Giovanni lo mette quasi come un'esegesi delle eucarestie domenicali che la comunità cristiana già faceva da tempo: nel suo vangelo non c'è il racconto dell'istituzione dell'eucarestia (nella liturgia di oggi l'istituzione è nella 2° lettura di san Paolo ai Corinzi), sull'eucarestia in sé ne aveva già parlato a Cafarnao, sulla celebrazione eucaristica questo gesto è la catechesi più esplicita di Gesù. Gesù ci salva perché nell'eucarestia si manifesta la sua spoliazione (kenosi), la condiscendenza del Verbo che dal cielo scende per farsi carne in mezzo a noi; e si abbassa ancora di più per lavarci i piedi: per prendersi cura della nostra parte che noi non vogliamo o riusciamo ad accogliere e la tratta con amore. La salvezza è accogliere questo amore che fa verità su chi siamo noi e chi è il Signore che ci ama e ci guarisce: l'alleanza era un trattato di difesa, in cui uno più forte si prendeva cura di uno più debole. È accogliere questo che ci salva perché è ogni volta dire il nostro sì, come Maria nell'annunciazione, al suo perdono, alla sua grazia, alla sua azione che ci trasforma ad immagine del Figlio (a sua immagine e somiglianza). Per questo dice, "come ho fatto io fate anche voi": non è il prezzo del perdono ma la manifestazione dell'efficacia della Grazia, se questo amore lo hai accolto ti prenderà per mano (lo Spirito prenderà del mio e ve lo ricorderà) per fare le stesse cose che ho fatto io. Questo è il motivo per cui noi oggi festeggiamo l'eucarestia, ma anche il sacerdozio, la comunità ed il servizio: sono tutti i frutti di questo amore accolto. L'eucarestia che celebriamo se non è lasciarsi toccare nell'anima lì dove ne abbiamo più bisogno, lì dove rischiamo di rimanere chiusi dentro con i nostri problemi, rimane sterile; al contrario se ci lasciamo "lavare i piedi" facciamo esperienza di resurrezione. Così la comunità che ne risulta è una comunità di salvati, non di perfetti, che annunciano le grandi opere che Dio ha fatto nelle nostre vite. Allora il servizio non è giustizia sociale o, peggio, rivendicazione, ma manifestazione della Provvidenza di Dio che è lì proprio dove ce né più bisogno. Il sacerdozio ministeriale è prestare mani, cuore e vita al Signore che ancora oggi si china per lavarci i piedi. È proprio vero, se non accettiamo questa sproporzione nell'amore non faremo mai esperienza di Gesù. Un'esperienza libera e liberante, che guarisce (come il fiume della visione di Ezechiele) tutto quello che tocca. Che oggi lo Spirito Santo ci conceda il coraggio di non scappare e di lasciarci lavare i piedi. Buon giovedì santo. |