Omelia (04-04-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Giovedi compendioso dell'amore universale

Amare vuol dire donarsi incondizionatamente e questo comporta, anche nelle piccole occasioni, che amando si dona sempre la vita. Anzi, l'amore è sempre un morire a se stessi per donare la vita a coloro per i quali vogliamo essere solleciti e risoluti. Muore a se stesso il genitore che si sacrifica per i propri figli, non di rado esponendosi a rischi e perdendo anche tutti i suoi averi e in questo da la sua vita per il loro futuro. Muore a se stesso il fidanzato che per amore della sua ragazza spende oltre che il suo denaro anche il suo tempo e la sua libertà. Muore a se stesso chiunque prova amore sincero e disinteressato per il prossimo, perché l'amore vuol dire patire, sottomettersi e spesso anche umiliarsi. Gesù, Figlio di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza, ama risolutamente muorendo a se stesso ancor prima di spirare sulla croce. Perderà infatti la dignità e si esporrà al ludibrio e al deprezzamento e addirittura sarà maledetto, perché come dice la Scrittura chiunque viene appeso sul legno è considerato reprobo e maledetto (Dt 21, 23). Avrà l'impressione di essere addirittura abbandonato da Dio (Mt 27, 46) e intanto verrà abbandonato dai suoi discepoli, che fuggiranno lasciandolo solo. Lo fanno morire prima del tempo, perché il dolore morale è anche più lancinante del male fisico. Gesù però non cessa di amare e di dare la vita, anche in questa serata triste attorno alla mensa che Matteo, Marco e Luca individuano come la Cena pasquale, mentre Giovanni la descrive come una cena di commiato consumata uno o due giorni prima. Sa benissimo che c'è un corpo estraneo nel suo gruppo. In un romanzo di Agata Christie (Dieci piccoli indiani), dieci nobili costretti a convivere assieme in un'abitazione isolata, si accorgono che uno di loro è il serial killer che va uccidendo un po' alla volta tutto il gruppo e per questo decidono restare sempre uniti e sodali, mentre si cerca di scoprire l'assassino. Gesù qui non ha bisogno di indagare; tiene lui stesso uniti tutti i suoi discepoli con un amore disarmante che raggiunge anche "l'assassino", ovvero il discepolo traditore. Nonostante sappia di lui, lo vincola alla compagine dei suoi e addirittura lo serve: intinge un boccone nel piatto e glielo porge. Un gesto che nel mondo ebraico è allusivo alla premura di un padre di famiglia che dona se stesso ai suoi figli; Gesù lo svolge in modo libero e disinvolto, mostrando condiscendenza verso quell'esecrabile discepolo che invece, anche smascherato, non desiste dal suo intento criminale. L'amore in questo caso da' la vita anche se Giuda preferisce la morte (in tutti i casi) fuggendo fra le tenebre della notte, che come osserva S. Agostino, non è solo fisica ma anche spirituale. L'amore di Gesù ha però la meglio sulla notte e non dispera: continua a dare la vita, ad effettuare il passaggio dalla morte alla vita.

Alcuni esegeti osservano che questa particolare convocazione a cena è il compendio, l'epitome, di tutto il mistero della passione.. Essa raccoglie al presente tutto il futuro e fa convergere tutto il passato in due gesti di amore estremo, che appunto non tiene conto del tradimento di un manovratore truffaldino come Giuda: anche se il Vangelo di Giovanni non ne fa menzione, Gesù spezza il pane e lo da ai suoi. Anche questo è un gesto intenso e carico di amore e di apertura perché lo spezzare il pane è anch'esso emblema del dono di sé ai propri figli. Mentre spezza e ripartisce esclama:. "Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo" .. Non c'è ombra di dubbio che Gesù, che aveva invitato a "mangiare la sua carne e bere il suo sangue quale pane vivo disceso dal cielo"(Gv 6), adesso vuole presenziare in un pezzo di pane nel quale, come spiegherà poi S. Tommaso d'Aquino, si realizza la transustansazione: esso diventa vero Corpo del Signore anche se le apparenze di pane non mutano. E' proprio lui, Gesù di Nazareth, in quel pezzo di pane che dona se stesso adesso e per sempre (Fate questo in memoria di me) dicendo, secondo il corrispondente ebraico: "Questo sono io". Ratzinger afferma che l'Eucarestia è un memoriale nel quale il passato si cala subito nel presente: si riattualizza la presenza di Gesù, poiché si ripresenta egli stesso anche nel sacrificio estremo della croce. Terminata la cena infatti prende del vino e, porgendolo ai suoi discepoli, esclama: "Questo calice è il Sangue della nuova Alleanza." Il Sangue che fino ad allora veniva fatto sgorgare dai capri e dalle vittime animali per il riscatto dei peccati, fra poco invece fuoriuscirà dal costato dell'unica vittima, l'Agnello mansueto e innocente prefigurato da Isaia e sarà il sangue sul quale si realizzerà l'alleanza definitiva. Adesso però se ne anticipa la presenza nelle sembianze di un sorso di vino. L'Eucarestia. In questo Evento che sarà perpetrato nei secoli per volere dello stesso Signore (Fate questo in memoria di me) si riassume tutto il percorso di una settimana intensa quanto sofferta e profonda nel suo acme: alla vista dei discepoli, vi si attualizza il futuro immediato di Gesù; alla nostra vista, si attualizza il suo passato. Si presenta infatti come attuale il medesimo Sacrificio compiuto una volta per tutte sul Golgota e noi vediamo proprio questo: il nostro Redentore che, presente egli stesso sotto forma di pane e vino, si sottopone al vituperio e all'infamia della croce. Tutto questo per il dono di amore con cui Gesù dona la sua vita perché noi otteniamo la vita.

Giovanni aggiunge poi un altro umilissimo gesto che nel mondo antico competeva agli schiavi e alla servitù, addetta alla pulizia della persona dei loro nobili padroni: la lavanda dei piedi. Un servizio che allusivo appunto di sottomissione completa, che non chiunque avrebbe mai fatto a prescindere da chi fosse sottomesso agli estremi. Gesù è il Signore nonché il maestro; ha dimostrato di essere la Sapienza di Dio e la sua gloria si è resa manifesta sul Tabo. Il suo amore però è talmente umile e disinteressato da non badare nemmeno a se stesso né tanto meno alla sua posizione primaziale. Si china e opera il pediluvio a ciascuno dei suoi discepoli, indicando che quel suo gesto dovrà diventare di prassi e non più relegarsi allo straordinario. Anche a prescindere dal sacrificio immolativo, l'amore deve superare la mediocrità e raggiungere i vertici dell'eroismo giungendo fino all'assurdo e all'inimmaginabile. L'amore che dona la vita non può donarla solo parzialmente o secondo opportunità, ma darla in pienezza, anche perché in questo risiede anche il segreto della gioia e della realizzazione umana: donarsi incondizionatamente, dare senza aspettarsi di ricevere e sacrificarsi fino allo stremo per gli altri. La vera felicità sta nelle cose a cui si può rinunciare piuttosto che in quelle a cui aspirare; nel dono di se oltre l'ordinario, anziché nelle isolate buone azioni straordinarie, svolte spesso per la sola ostentazione di sé. Essa sta nell'amore che rifugge ogni compromesso. L'amore in assenza del quale si fallisce con certezza su tutto, anche disponendo di tutte le altre virtù più grandi. Esso da solo invece consegue tutte gli obiettivi.