Omelia (31-03-2026)
don Michele Cerutti
Gesù: un amore che non conosce limiti

Oggi il Vangelo ci mette davanti la figura di Giuda che è uno dei Dodici, uno che ha camminato accanto a Gesù, che ha condiviso la strada, la mensa, le attese. Eppure, proprio lui si perde. Non in un attimo, non in un gesto improvviso, ma lentamente, come accade a noi quando smettiamo di ascoltare, quando ci chiudiamo, quando iniziamo a pensare che il nostro progetto sia più sensato di quello di Dio. Guardando a questo apostolo capiamo che tradire non è solo vendere qualcuno per denaro. Tradire è scegliere la via più comoda invece di quella giusta, è allontanarsi da chi ci vuole bene, è lasciarsi guidare dalla paura invece che dalla fiducia. In questo senso, Giuda non è lontano da noi. È la parte fragile che tutti portiamo. Gesù non si ritira davanti alle difficoltà. Non smette di offrirgli il pane, non smette di chiamarlo amico, non smette di sedersi alla stessa tavola. È questo che sorprende: Dio non cancella chi sbaglia. Non si scandalizza delle nostre cadute. Non si allontana quando noi ci allontaniamo.
Qual è il dramma che vive Giuda? Il dramma non è il tradimento, ma la solitudine che sceglie dopo. Non torna, non chiede, non si lascia guardare. E così il suo errore diventa una prigione. È questo che il Vangelo ci invita a evitare: non la caduta, che capita a tutti, ma la chiusura che ci impedisce di rialzarci.
La buona notizia, oggi, è semplice e forte. Ogni volta che cadiamo, c'è una mano che ci cerca. Ogni volta che tradiamo, c'è una voce che ci chiama. Ogni volta che ci chiudiamo, c'è un Dio che non si arrende. Il grande insegnamento è che la misericordia non è un evento straordinario, ma un gesto quotidiano. Basta lasciarsi raggiungere.
Che il Signore ci doni un cuore capace di tornare, sempre.