Omelia (29-03-2026)
Paolo De Martino
L'amore più grande

Siamo al centro del Vangelo: la storia di un Dio che ama fino a soffrire e a morire.
Nel suo racconto, Matteo riprende il Vangelo di Marco e mette in luce un punto decisivo: in ciò che accade a Gesù si compiono le Scritture. Il buio a mezzogiorno richiama Libro di Amos, l'aceto il Salmo 69, tutta la scena il Salmo 22, e la risurrezione dei giusti la promessa di Libro di Ezechiele.
Ma attenzione: non è un copione già scritto, né un destino imposto. Nella passione, Gesù è libero. Sa cosa sta accadendo e sceglie di andare fino in fondo. Il suo modo di parlare di Dio è troppo scomodo per il potere religioso e politico, e per questo viene rifiutato.
Guardando il crocifisso si vede qualcosa di sconvolgente: un re senza scettro, con le mani trafitte; senza corona d'oro, ma di spine; senza trono, ma su una croce. Viene da chiedersi: che tipo di re è questo?
Eppure è proprio questo il nostro Re.
È un Re diverso: così forte da servire, da lavare i piedi ai suoi discepoli, da offrire pane anche a chi lo tradisce.
E qui nasce la difficoltà: facciamo fatica a seguirlo. Cerchiamo successo, riconoscimento, approvazione. Lui invece vive una logica opposta. «Il mio regno non è di questo mondo», dice Gesù di Nazareth. La sua regalità si mostra nell'amore e nel servizio, non nel potere.
Dentro di noi resta l'idea di un Dio forte e distante, che impone e giudica. Per questo, in fondo, abbiamo paura m la verità è un'altra: Dio è onnipotente solo nell'amore. E il suo giudizio è amare.
Questa è la buona notizia: Dio ti ama fino a morirne. Anche se lo rinneghi, lo tradisci o lo rifiuti. Non pretende, ama. Senza condizioni. Fino all'estremo.
Per questo è il Re degli ultimi, dei fragili, dei perdenti. Perché l'amore vero non si ferma a metà.
Allora fermati davanti alla croce e chiediti: lo vuoi davvero un Dio così?
Un Dio che non elimina il dolore, ma lo condivide. Che non ti evita la morte, ma ti accompagna dentro. Che perdona chi lo uccide. Che muore abbandonato.
Quando gli gridavano «Scendi dalla croce», se lo avesse fatto avrebbe dimostrato potere. Invece resta. Perché Dio non è potenza che domina, ma amore che si dona. E proprio lì accade qualcosa di decisivo: tutto è scosso. Il cielo si oscura, la terra trema, il tempio si apre. Il velo si squarcia: non c'è più distanza tra Dio e l'uomo. Dio non è più nascosto. È visibile in quell'uomo crocifisso e paradossalmente, a riconoscerlo non sono i discepoli, ma dei pagani: un centurione e i soldati. Davanti a quella morte capiscono chi è davvero.
Per troppo tempo la croce è stata vista come esaltazione della sofferenza. Ma non è così. La croce non ama il dolore: ama fino in fondo. Non serve a farci sentire in colpa, ma a ricordarci quanto valiamo.
È il segno di un amore senza condizioni.
I giorni della passione sono una scuola di vita: Gesù non spiega il dolore, lo attraversa con noi. Non dà risposte teoriche, offre la sua mano e lì si capisce la Pasqua: passare dalla morte alla vita.
La bella notizia di questa di questa domenica? Dio entra nella morte perché lì siamo noi. E da lì ci ama. Fino all'estremo.

Per vedere il video commento clicca qui