Omelia (22-03-2026)
don Alberto Brignoli
Forte come la morte? No, di più..

Ognuno, di fronte a una malattia che non dà speranze, reagisce in maniera diversa: c'è chi tace, c'è chi si dispera, c'è chi soffre più per il pensiero dei propri cari lasciati presto soli che per se stesso, chi impreca contro la Vita e contro Dio, chi si rinchiude nella propria depressione, chi lotta fino all'ultimo convinto di potercela fare, chi invece sin dall'inizio non ce la fa, e gioca d'anticipo sulla morte...
Non potremo mai sapere - perché il Vangelo di Giovanni non ce lo dice - come Lazzaro di Betania abbia reagito di fronte alla malattia che lo ha portato alla morte. Sappiamo però come Maria e Marta, le sue amatissime sorelle, hanno vissuto quei momenti: sia quelli precedenti, sia quelli immediatamente successivi alla sua scomparsa. Sanno che la malattia del fratello è troppo impegnativa per essere vissuta in solitudine: e allora, fanno avvisare l'amico del cuore, quello che passava da casa loro ogni volta che dalla Galilea scendeva in Giudea, quello che per loro aveva sempre un'attenzione particolare, quello che con le sue parole "incantava" Maria (al punto che entrambi venivano rimproverati dall'energica Marta...), quello che amava le due sorelle e il loro fratello di Betania in una maniera speciale.
Gli mandano a dire che Lazzaro sta male, che stavolta non ce la farà: magari lui può fare qualcosa, magari lui arriva dove i medici non hanno potuto, perché la cura dell'amore è capace di fare cose ben più straordinarie della medicina e della scienza.
Ma il Maestro, l'amico del cuore, reagisce in modo misterioso: coglie da subito la gravità della situazione, eppure non si precipita a salutare l'amico per l'ultima volta. "Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava": nessuna fretta, a quanto pare! Forse temeva ancora i Giudei, che poco prima avevano cercato di arrestarlo per via del cieco guarito in giorno di sabato e per i suoi discorsi sul Buon Pastore e sui mercenari... Era certamente più prudente stare alla larga da Gerusalemme, visto che Betania distava solo tre chilometri dalla Città Santa.
A un certo punto, però, sente che non può sottrarsi al suo dovere di amico, e soprattutto di Maestro. E allora, due giorni dopo, si decide a tornare in Giudea: ma non è certo la malattia di Lazzaro che lo preoccupa. Sa bene che Lazzaro è morto, e lui ci arriva quando "già da quattro giorni era nel sepolcro"; quattro giorni, che sommati ai due di attesa fanno sei. E al "sette" ne manca ancora uno; come anche alla donna di Samaria mancava il "settimo" uomo, e arriva proprio lui a cambiarle la vita; come anche al cieco nato mancava la luce, e lui gliela dona "di sabato", il "settimo" giorno... se è così, nemmeno la morte, allora, potrà mettere il suo sigillo sulla tomba di Lazzaro nel "settimo" giorno, perché quel giorno a Betania sarà un giorno di Vita.
E non serviranno cure miracolose o grandi discorsi. Basteranno tre parole. Perché la sua Parola ha una forza impressionante. È la forza dell'Amore. Ed è un Amore talmente forte che smuove ogni cosa. È eterno e irremovibile, ma attira tutto a sé; è sufficiente che si avvicini un po' a Betania perché la solita intraprendente Marta vada di corsa da lui a chiedergli di continuare a supplicare Dio, il quale "qualunque cosa gli chieda, gliela concederà" perché lui è "il Cristo, il Figlio di Dio".
E subito dopo, questo amore muove anche Maria, chiusa come suo solito nella contemplazione, questa volta del dolore. Lei non chiede: lei si getta ai piedi, e supplica, e grida a Gesù il suo dolore, e come ha già fatto Marta, quasi lo rimprovera per non essere stato lì prima. Ora però è tutto inutile. Inutile fare commenti, inutile dire "ma", "però", "se"... Tutto inutile: Lazzaro non c'è più. Forse c'è spazio solo per uno dei versetti più genuinamente umani, ma insieme squisitamente divini, di tutta la Bibbia: "Gesù scoppio in pianto".
Perché questo è il Dio di Gesù Cristo, e questa è la sua forza: la compassione per le miserie umane, la condivisione del dolore dove c'è dolore, la condivisione del pianto dove c'è pianto. È di questo Dio che abbiamo bisogno, perché la sua compassione, la sua condivisione, il suo amore, è più forte di qualsiasi cosa. Anche della morte. Altro che Cantico dei Cantici: là, era forte come la morte, l'amore; qui lo è ancor di più.
Non c'è grotta tanto profonda e oscura da non poter essere violata; non c'è pietra tanto grande che non possa essere rimossa, non c'è cadavere così maleodorante che possa ributtare indietro, perché non c'è morte che non possa essere vinta da questo Amore.
E non importa se violare un sepolcro è un sacrilegio contro la legge della purità, non importa se questo "sacrilegio" è una firma in bianco, un'autocertificazione sulla propria condanna a morte, decretata pochi versetti più avanti, nel Tempio, da Caifa e dai suoi colleghi: questo Amore, anche se muore, fa come un chicco di grano caduto in terra: porta molto frutto. Perché questo è un Amore più forte della morte.