| Omelia (22-03-2026) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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L'inizio della vita oggi e per sempre Se la sorgente d'acqua e la luce erano metafore con cui Gesù annunciava di essere la vita e la verità per tutti gli uomini, oggi ci si presenta come colui che è il Vivente e la vera vita per tutti. Sarà nel glorioso evento della resurrezione, dopo la passione e la morte di croce, che si manifesterà tale e adesso di questa sua resurrezione ne offre un saggio. Il libro di Ezechiele, dal quale è tratta anche la prima Lettura di oggi, descrive Dio come Spirito vivificatore, capace di ridare vita a molte ossa umane deperite e disgregate e sparse per una valle abbandonata. Simbolo della crisi del popolo d'Israele, che si vedeva "morto e abbandonato" nella terra di esilio dove anche lo stesso Ezechiele viveva, vengono ricomposte dallo Spirito e dalla Parola del Signore, che nonostante il loro annoso deperimento vi ricompone le membra, le carni e vi riabilita alla vita tutto il corpo (Ez 37, 1 - 14). L'immagine è eloquente: Dio darà la vita a tutti coloro soccombono alla morte e all'abbandono, primi fra tutti gli stessi Israeliti, che, una volta sortita la punizione, guadagneranno la vittoria e la vita. Ossa ormai consunte e preda di avvoltoi, possono rinascere solamente con il concorso di Dio, che vivifica. Non importa quanto siano corrose, esse saranno rivitalizzate. Nell'Antico Testamento, Elia ridà la vita al figlio di una vedova per ricompensarla di aver vissuto lei stessa nell'accoglienza del medesimo profeta, così pure Eliseo si sdraia sul corpo del fanciullo della donna sunamita, che viene rianimato e riabilitato all'azione. Dio vuole la vita degli uomini, non la morte. Ciò nel duplice senso che invita tutti a non vivere da morti la vita nella persistenza nel peccato e nelle tenebre, ma ad aprirsi alla sua Parola che invita al rinnovamento, alla conversione, al mutamento radicale di noi stessi per guadagnare la gioia e appunto la vita piena. In secondo luogo, Dio donerà la vita per sempre, anche a prescindere dalla provvisorietà del nostro corpo terreno. Certamente è vero che il nostro stesso itinerario di conversione ci rammenta che veniamo dalla polvere e alla polvere siamo destinati e che il nostro corpo è solo il dono momentaneo per mezzo del quale lo spirito combatte, il cavallo di battaglia dello spirito. Tuttavia siamo destinati a un transito glorioso, conforme a quello del risorto. Siamo cioè protesi alla vita piena, quella dell'eternità, che chiamiamo paradiso, nel quale per sempre vivremo la gioia immensa e dinamica della partecipazione piena alla gloria del Risorto. Gesù si mostra vita quindi sia perché egli stesso è la vera vita nel nostro oggi, criterio di realizzazione umana, orientamento di scelta e di coerenza specialmente vocazionale futura, ispiratore di tutti i principi per cui la via non si vive da defunti; sia perché nonostante le lacrime dei lutti e nonostante il disfacimento del nostro corpo morale, siamo destinati con lui a vivere per sempre. Siamo orientati verso l'eternità, che comincia già adesso, nella piena comunione con Gesù. E' questa la realtà della resurrezione, che supera il dolore perché ha sconfitto vittoriosa la morte. La resurrezione esplicitata in questo evento della resurrezione di Lazzaro, per molti inaspettato. Ormai deposto nel sepolcro da quattro giorni, Lazzaro ha dato ormai motivo di rassegnazione a tutti, amici e parenti: lo considerano morto, non più attivo e neppure ormai più in grado di salvarsi e di riabilitarsi. E' nelle stesse condizioni delle suddette ossa disperse nella valle inaridita. La speranza si è spenta per la sorella Marta, che può sperare solo nella resurrezione dell'ultimo giorno, quale la pensa la fede ebraica. Perfino Gesù sembra essere coinvolto dalla tristezza che sfa avendo ormai la meglio su tutti. Piange. Come fanno tutti gli uomini che si rispettino quando si fa esperienza della dipartita di una persona. Tuttavia le sue lacrime sono eloquenti: piange non perché ogni cosa è perduta e tutto adesso è caduto nel nulla. Semplicemente perché a nessun uomo fa piacere che uno che era stato per sempre tanto amico, compagno di giochi, di avventura e di malintesi di volta in volta superati adesso non condividerà più e non parlerà più con me. Lascerà un vuoto. Dopo aver sostato in lacrime però Gesù dice di se stesso: "Io sono la resurrezione e la vita; chiunque crede in me, anche se muore vivrà". Occorre crederlo, viverlo, farlo proprio il fatto che la via vera è Gesù stesso e quindi lui solo può darcela, oggi e quaggiù e domani lassù. Lazzaro allora in forza di questo percorre gli spazi stretti del sepolcro e nonostante il processo di senescienza del suo cadavere raggiunge l'uscita e vede la luce, tornando a vivere e a comportarsi come tutti gli altri. Lo si troverà anche fra i commensali successivamente ad un pranzo. Ancora una volta lo Spirito Santo, che accompagna Gesù, ha ridato la vita per mezzo delle parole di Gesù stesso, per annunciarci che Gesù è la vera vita. L'evento avviene davvero, intendiamoci. E' un fatto storicamente accertato del quale non si può dubitare come anche di altri interventi miracolosi di Gesù. Esso però vuole annunciare che la vera vita è Gesù e tale egli dimostrerà di essere fra non molto, quando imperterrito e glorioso lascerà il suo stesso sepolcro abbandonando anche le bende per apparire a tutti come il Vivente che è la nostra vita. Il teologo Bonheffer, qualche istante prima di venire fucilato in un lager nazista affermò: "E' la fine? Per me è l'inizio della vita", l'avventura dell'incontro definitivo con il Risorto nella dimensione paradiso. Occorre però che nel nostro frattempo viviamo davvero da risorti. Per non anticipare la nostra morte già in questo mondo, per non vivere la via da defunti, ma per vivere sin d'ora l'eternità. |