| Omelia (29-03-2026) |
| Missionari della Via |
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Commento su Matteo 26,14-27,66 La Domenica delle Palme leggiamo un Vangelo lungo e dettagliato, che nei suoi primi versetti riporta un nome emblematico: Giuda. Possiamo dire, in qualche modo, che il suo consegnare Gesù per denaro fa partire una nuova forma di crudeltà. Nel corso della storia di Gesù, infatti, abbiamo assistito inizialmente alla crudeltà che si è abbattuta verso il forte, una crudeltà che anticipa la croce ed è condita da calunnie e minacce. Gesù veniva percepito come forte e autorevole, perché aveva dei discepoli ed era seguito dal popolo (Gv 7, 40-52); i soldati riconoscevano che le sue parole era forti; i farisei e gli scribi dovevano tramare inganni per cogliere qualche espressione sbagliata o qualche affermazione fuori legge; e i discepoli erano pronti a difenderlo persino con la spada. Gesù è oggetto di quella crudeltà primigenia, di quella ribellione verso il bene condita da invidia. Da Giuda in poi possiamo leggere un cambiamento: inizia la crudeltà verso il debole. Scrive papa Francesco: «Solo quando è indebolito dal tradimento di uno dei suoi (Mt 26,14-16), riescono a farsi avanti». Da Giuda, da Pietro che lo rinnega, dalla gente che lo lascia solo, dall'omertà di Pilato, scatta il meccanismo di soppressione verso chi mostra una debolezza. L'umanità, noi tutti, conosciamo cosa significhi l'oppressione del debole, quella che il Vangelo di Luca definirebbe: «Ecco l'ora vostra e il potere delle tenebre» (Lc 22,53). Conosciamo la crudeltà che viene riservata ai poveri, a chi non ha difesa, a chi mostra una debolezza, a chi è diverso, a chi non ha voce e potere. Tutto ciò ci spaventa al punto che anche nella Chiesa, della quale Cristo è il modello, possiamo correre questo rischio di prediligere la poesia, a volte anche gli slogan, cercando di stare lontani dalla condivisione della povertà. Si ha paura di avere la sorte dei poveri, la sorte di Cristo, di Colui che non è stato riconosciuto. Noi missionari amiamo dire che siamo chiamati a condividere la sorte dei poveri, perché è la sorte di Gesù. Questa chiamata però ci spaventa, spaventa tutti i cristiani! Confrontarsi con il male che esiste, che può contaminarci e perfino trascinarci fino alle nostre croci personali, è un passaggio duro. Ancora più arduo è immaginare di poter arrivare a desiderare di affrontarlo: sembra quasi una pretesa irragionevole, un'aspirazione che sfiora la follia. Allo stesso modo, pensare che il male possa mostrarsi baldanzoso, quasi divertito nel ferirci, e che possa umiliarci fino a spogliarci di tutto mentre siamo fragili, è qualcosa che scuote profondamente. L'idea di un avversario che deride la nostra sofferenza mentre siamo "appesi" alle nostre prove più pesanti è terribile, perché tocca il nucleo della nostra vulnerabilità. Proprio per questo oggi sono molto comuni le èlite cattoliche che si scandalizzano davanti alla fragilità, e annunciano una chiesa trionfalistica che non è sfiorata dal fallimento della croce; una chiesa dei numeri, degli eventi, degli appalusi, alla stregua delle grandi multinazionali che pubblicizzano la loro efficienza. Anche la resurrezione può essere interpretata come un superamento della carne di Cristo sofferente. Essa invece è un fermento rivoluzionario, un attraversamento, luce di speranza anche nel dolore della croce. La resurrezione, dunque, è il grido pacifico di vittoria, che attraversa la vita dei crocifissi e di noi discepoli del crocifisso e figli della resurrezione. Nonostante prediligiamo agitare le palme della gloria e tentiamo di esorcizzare ogni possibile dolore, Gesù ci insegna la sua via dolce e leggera della croce (cf Mt 11,25-30), l'accettazione di un quotidiano fatto di gioia ma anche di patimenti, chiamato a un abbandono confidente. Questo è il di più che profeticamente dobbiamo annunciare! Se l'opera del demonio è accanirsi tanto che costringe persino Gesù al silenzio messianico, la resurrezione è una risposta, un segreto svelato anche per la nostra vita fatta irrimediabilmente di gioia e dolore, una rivelazione che ci dice che l'ultima parola è quella di Dio. Anche dal nostro dolore assunto e attraversato si può intravedere il figlio di Dio, il risorto che ci dona sempre nuova vita: «Gesù annunzia, di non essere un Messia trionfale, come era nelle attese di Israele, bensì un "Cristo" sconcertante, vittima e sconfitto, simile al Servo sofferente del Signore cantato dal profeta Isaia: "Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca" (53,7). Solo sul patibolo della croce si compie lo svelamento supremo del mistero di Gesù di Nazaret. Ed è un centurione romano a definire l'identità segreta di Gesù Cristo: «Veramente quest'uomo è Figlio di Dio!» (15,39). La risurrezione del Signore non farà che suggellare questa proclamazione definitiva prima celata sotto il velo del segreto e del silenzio» (card. Gianfranco Ravasi). PREGHIERA Signore facci riconoscere che la croce non è dannosa, né un po' morbosa e un po' malsana. Non lasciarci convincere dal pretesto che il mondo abbia bisogno soltanto di ritrovare il volto della gioia e non quello dei penitenti. Fa' che possiamo risponderti: "Noi parleremo della gioia quando l'avremo imparata sulla croce dove ritroviamo il nostro amore. La nostra gioia è d'un prezzo così esorbitante che è stato necessario per acquistarla vendere ciò che possedevamo e tutto noi stessi". (cf Madeline Delbrêl, rielaborazione di uno scritto in forma di preghiera). |