| Omelia (23-03-2026) |
| Missionari della Via |
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Commento su Giovanni 8,1-11 La viltà è la caratteristica di chi guarda le fragilità altrui con durezza e inflessibilità; ci vuole coraggio per accettare la propria fragilità e riconoscere in essa qualcosa che ci accomuna agli altri. Sì, nell'adultera ci siamo anche noi! L'adulterio non è solo un peccato "sessuale", ma un simbolo di infedeltà del cuore: portare il cuore altrove. Spesso portiamo il cuore da altre parti, fuori dalla volontà di Dio per noi. Succede anche nelle piccole cose: ho la possibilità di condividere un momento spirituale con la comunità, ma scelgo lo svago, l'hobby, la televisione; devo dedicare del tempo alla famiglia ma gli amici prendono il sopravvento; devo pregare, ma i lavori materiali prendono il sopravvento. Un peccato di omissione del bene genera piccoli atti di adulterio. Gesù accompagna questa donna adultera a una consapevolezza: essere amata, aver peccato, riproporsi un rimedio. Non la condanna ma un processo perché nessuno può essere definito dal proprio errore. L'assoluzione del Signore supera la giustizia umana che voleva che la donna fosse lapidata, e porta la donna ad essere abbracciata dalla misericordia di Dio, a risplendere della sua vera bellezza. La verità è un bastone, ma che non può essere brandito come un martello per colpire; è piuttosto un appoggio, un invito a rialzarsi, a ricominciare, a trasformare gli errori in cammino di speranza. Gesù, infatti, non parla della donna, come fanno gli altri personaggi della scena, ma parla alla donna, alla sua interiorità. Gesù ci vede rendenti, riconosce il bene e il potenziale che noi non vediamo. Anche quando ci rotoliamo nel fango, Dio riesce a vederci ripuliti, perciò dona dignità a tutti. Chiediamo al Signore la grazia di poter sperimentare la sua misericordia davanti alle nostre miserie, proprio come fece l'adultera, e di essere strumento di misericordia per gli altri. «Partiti i farisei, rimase la peccatrice con il Salvatore. Rimase la malata con il medico. Rimase la misera con la misericordia. E volgendo lo sguardo sulla donna, Gesù disse: "Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno, Signore (Gv 8,10-11). Era ancora sconvolta, tuttavia, perché i peccatori non avevano osato condannarla, non avevano osato lapidare la peccatrice perché, esaminandosi, si erano ritrovati simili a lei, ma la donna si trovava ancora in grande pericolo perché le era rimasto quel giudice che era senza peccato. Nessuno ti ha condannata? disse. "Nessuno, Signore; se neanche tu mi condanni, sono salva". A quella silenziosa angoscia il Signore rispose con voce forte: "Neanche io ti condanno. Neanche io, sebbene senza peccato, neanche io ti condanno. La coscienza ha trattenuto i farisei dalla vendetta, la misericordia mi spinge a venirti in aiuto" (Discorsi 13,4-5). Certamente Agostino, che aveva sperimentato profondamente la propria miseria, si rispecchiava in quella donna adultera; ma "miseria" è la condizione di ogni uomo, è la condizione della chiesa che costantemente cade in peccato. Altrove Agostino spiega l'etimologia di "misericordia", termine composto dalle parole "miseria" e "cuore". L'umana miseria quando il cuore (dal latino urere = bruciare) le si avvicina, brucia. In ogni essere umano c'è sete di misericordia, una misericordia che è Dio stesso» (sant'Agostino d'Ippona). |