Omelia (22-03-2026)
don Andrea Varliero
Un amico al sepolcro per incontrare la vita, quella risorta

Marta, sorella mia: tu, come me, hai imparato il catechismo a memoria. Tu, come me, ti sei avvicinata a Lui per sentito dire, per fiducia quasi naturale, si respirava nell'aria. Normale credere, normale ripetere a memoria delle frasi come queste: «Credo la Resurrezione». Ma quando la morte ha bussato alla porta di casa tua, quelle frasi imparate a memoria a nulla ti sono servite. Neanche a me. Tu, come me, ripeti lo stesso grido del cuore in rivolta: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Se tu esistessi, non ci sarebbe questa morte assurda; se tu fossi qui con me, non ci sarebbe questo dolore lancinante, questa sofferenza innocente. Come se la morte fosse la più grande negazione alla vita, l'impossibilità di credere in un Dio che sia vita, piena. Tu, come me, hai pian piano imparato ad amare Lui, a sentire che il bene più grande non sta in un infinito sopravvivere, a vivere una vita lunghissima, ma vivere già qui, ora, una vita risorta. Davanti a Lui hai compreso che vita e morte non sono un primo e un secondo tempo, ma che una e l'altra si abbracciano. Il primo giorno che siamo venuti al mondo abbiamo iniziato un po' a morire. Abbiamo conosciuto la morte tante e tante volte nella nostra vita. Altrettante volte siamo risorti: ci siamo risvegliati e rialzati, come ogni mattino. La resurrezione è già iniziata in questa vita, l'eternità non sarà dopo, ma è iniziata qui, ora. Grazie Marta, sorella mia: quella tua stessa fiducia sincera in quel volto risorto è anche la mia.
Maria, sorella mia, tu hai raccolto le lacrime di Dio stesso. Tu, Maria, hai incontrato il volto di un uomo che piange, hai incontrato l'umanità più bella. Quel volto che ha pianto dal ridere, che ha pianto di gioia, che si è commosso per un momento di amicizia insperato, autentica presenza, ora lo contempli piangere di compassione. Noi soffriamo la sindrome dell'occhio secco, non piangiamo più, abbiamo perduto l'umanità delle lacrime. Un padre dello Spirito, Gregorio di Nazianzo, narra di cinque battesimi: il primo fu quello del mondo del diluvio universale, il secondo quello del mare aperto nell'esodo, il terzo fu quello di giustizia di Giovanni Battista, il quarto quello dello Spirito e fuoco di Gesù, il quinto è quello delle nostre lacrime. L'ultima volta che ho pianto, quando è stata? Non ricordo più. Eppure, potrei scrivere la storia della mia vita a partire dalle lacrime versate.
Tommaso, gemello mio, ti rendi conto di quello che hai ascoltato? Davanti a te ti ha dato una prospettiva del tutto nuova: «Il mio amico Lazzaro si è addormentato». La morte come un addormentarsi. Non un castigo, non una punizione, non un'avversità, non una tragedia, non un'ingiustizia, non una danza macabra, non una vendetta, non un peccato, ma un prender sonno. Semplice, come ogni sera. Un qualcosa che fa parte del ritmo della vita, il ciclo del sonno e della veglia. Un sonno che ci fa consapevoli che siamo svegli, che siamo vivi. Sorella morte, la chiamerà frate Francesco. Sorella alla vita, ombra necessaria alla luce. Tommaso, gemello mio, tra ironia e slancio anche tu, come me, cammini insieme con Lui. Andiamo insieme a morire a Gerusalemme, camminiamo insieme, anche se non ci capisco molto, anche se non mi è chiaro, anche se vorrei una direzione diversa.
Lazzaro, amico mio, vieni fuori. Ti lascio andare. Vorrei trattenerti, vorrei trattenerti qui tra le pareti e i ricordi di questa casa. Vorrei trattenere la pietra, vorrei trattenere tutto quello che mi rimane di te. Eppure, se non ti lascio andare, né io né te continueremo a vivere. Ti affido a Dio, ad un abbraccio più grande. Lazzaro: anche se sei uscito dal sepolcro, ritornerai a morire. Ma in questo tuo uscire ho compreso la morte come luogo di comunione, come un lasciarti andare.
Una samaritana al pozzo per contemplare il volto del desiderio. Un cieco guarito davanti al Tempio per vedere con occhi nuovi. Un amico al sepolcro per incontrare la vita, quella risorta. Ora possiamo insieme salire a Gerusalemme, possiamo insieme entrare nel mistero bello dell'uomo della Croce, del Dio crocifisso. Io ringraziare desidero per i miei cari defunti, che fanno della morte una casa abitata.