| Omelia (22-03-2026) |
| diac. Vito Calella |
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I tre significati della nostra fede in Gesù Cristo, nella risurrezione e nella vita La grazia di avere veri amici con cui condividere la fede e la vita Lazzaro, Marta e Maria erano una famiglia amata da molti, tra cui Gesù e i suoi discepoli: «Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5). Lazzaro, Marta e Maria irradiavano la luce dell'amicizia, della sincera comunione, dell'ospitalità gratuita e della solidarietà. Erano discepoli di Gesù! Il dolore del lutto per la malattia e la morte di Lazzaro, le lacrime di Marta, Maria, dei giudei accorsi a consolare e di Gesù rivelano più gratitudine che disperazione, perché la vita terrena del defunto era stata una luminosa testimonianza d'amore, basata sugli insegnamenti di Gesù, che amava essere ospitato nella casa di Betania e condividere con loro la sapienza delle Sacre Scritture. Il dono di avere amici con cui condividere la nostra vita è come «chi cammina di giorno non inciampa, perché vede la luce del mondo» (Gv 11,9b). Le vere amicizie, dove circolano gratuità, condivisione di ciò che abbiamo e siamo, rispetto reciproco e comunione, hanno la loro fonte nell'acqua viva dello Spirito Santo (cfr Gv 4,14; 7,37-39), donata da Cristo risuscitato, «luce del mondo» (cfr Gv 1,9; 8,12; 9,5; 119b; 12,35-36a). Queste amicizie, come accadeva nella casa di Betania, si rafforzano nella comunione quando lo Spirito Santo dirige e guida la condivisione della vita, illuminata dall'ascolto orante della Parola di Dio. Questo alimenta la nostra speranza in un mondo migliore, pur sapendo che non è facile avere fede in Cristo, sperare nella realizzazione effettiva del Regno di Dio Padre e praticare la gratuità dell'amore, andando controcorrente rispetto alla cultura dominante, edonistica, materialistica e individualista. Prendersi cura di queste amicizie in un contesto sociale e culturale ostile e cupo Il Cristo risuscitao ci dice oggi: «Chi cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui» (Gv 11,10). E noi viviamo in un contesto culturale e sociale in cui molte persone «camminano nella notte» di guerre, vizi, indifferenza, superficialità, depressione, mancanza di una casa dignitosa e ingiustizie. Inciampano e fanno inciampare gli altri a causa della prevalenza della radice del male, che è l'egoismo umano. Purtroppo, ci sono molte persone che scelgono di vivere con orgoglio, confidando in se stesse, difendendo il proprio "ego", i propri interessi e piaceri con il potere del denaro, delle armi e della conoscenza tecnica e scientifica. Queste persone, per usare le parole dell'apostolo Paolo, vivono secondo la carne e soffocano il dono dello Spirito Santo che è in loro. Che non ci siano cristiani tra queste persone, pur avendo già ricevuto i sacramenti dell'iniziazione cristiana! Perché «chi vive secondo la carne non può piacere a Dio» (Rm 8,8). Riponiamo la nostra speranza unicamente in Gesù Cristo, morto e risuscitato! Noi cristiani ci riuniamo ogni domenica per incentrare le nostre vite sul mistero della morte e risurrezione di Gesù, perché «riponiamo la nostra speranza» nel Cristo risuscitato! «Speriamo nella sua Parola», credendo, come Marta, Maria e Lazzaro, che solo «nel Signore [Gesù] si trova ogni grazia e abbondante redenzione» (Sal 129,5.8). Noi cristiani «non vogliamo vivere secondo la carne, ma secondo lo Spirito, sapendo che lo Spirito di Dio abita veramente in noi!». Vogliamo «appartenere a Cristo» (cfr. Rm 8,9b). Riconosciamo umilmente che la nostra vita cristiana è una lotta. Nella nostra preghiera quotidiana, «dal profondo gridiamo» a Dio Padre, unito al Figlio nello Spirito Santo, affinché «ascolti la nostra voce!». Chiediamo che «le sue orecchie siano attente al grido della nostra preghiera!». Sperimentiamo continuamente la consolante benedizione del perdono divino, perché nessuno potrebbe sopravvivere se Dio tenesse conto solo delle nostre colpe, agendo unicamente come un giudice severo e punitivo (cfr. Sal 129,1.3-4). Noi cristiani, come Marta, vogliamo credere che Gesù sia «la risurrezione e la vita. Chi crede in lui, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in lui non morirà mai» (Gv 11,25-26a). Noi cristiani vogliamo, come Maria, «inginocchiarci davanti a Gesù» (cfr. Gv 11,32), credendo che nulla vada perduto per sempre a causa della morte. Ma cosa significa credere che Gesù è veramente la risurrezione e la vita? I tre significati della nostra fede in Gesù Cristo, nella risurrezione e nella vita Primo significato: credere che Gesù sia la risurrezione e la vita significa assaporare qui e ora, nella nostra vita terrena, il gusto dell'eternità e dell'immortalità grazie al dono dell''amicizia, vissuta nella gratuità dell'amore e nella sincera comunione di fede e di vita. Lazzaro fu riportato in vita terrena dal suo amico Gesù. Dopo un certo tempo morì di nuovo, entrando, per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell'esperienza della vita eterna. Ritornato nella convivenza familiare e assaporando la bellezza dell'amicizia con Gesù e i suoi discepoli (cfr. Gv 12,1-10), ci insegna che possiamo sperimentare l'immensa gratitudine di sentire la bellezza e la grandezza dell'immortalità attraverso la comunione di fede e di vita che realizziamo, con l'aiuto dello Spirito Santo, già in questa vita terrena, nel dono delle vere amicizie che abbiamo con alcune persone significative nella nostra vita. Secondo significato: credere che Gesù sia la risurrezione e la vita significa guardare alla storia dell'umanità con la speranza che il nostro Dio abbia il potere di trasformare le peggiori situazioni di morte in un'opportunità per un nuovo inizio. La visione delle ossa secche nella valle può rappresentare oggi coloro che trascinano la propria vita senza speranza perché vivono, insieme al loro popolo, in una situazione di guerra o hanno perso tutto a causa di una calamità naturale: «Figlio dell'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Essi dicono: "Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, siamo perduti!"» (Ez 37,11). Solo Dio ha il potere di trasformare una drammatica situazione di tenebre, dovuta a una guerra o a una catastrofe naturale, in un'opportunità per un nuovo inizio. Questo è ciò che ascoltiamo nella prima lettura di questa domenica, che narra la conclusione della visione del profeta: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d'Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò» (Ez 37,12-14). Il Vangelo ci dice che Lazzaro era rimasto nella tomba per quattro giorni. Il suo corpo era già in uno stadio avanzato di decomposizione. Umanamente parlando, non c'era più alcuna speranza di vederlo vivo. Tuttavia, la preghiera di Gesù al Padre e le sue parole lo riportarono alla vita terrena. Consegnandoci a Dio, senza fare affidamento esclusivamente sulla nostra iniziativa umana, è sempre possibile iniziare una nuova vita! Terzo significato: credere che Gesù sia la risurrezione e la vita significa guardare senza timore alla giusta prospettiva della nostra morte fisica, perché essa è la porta d'accesso a un'eternità di luce e pace. Lazzaro, riportato alla vita terrena, deve aver sperimentato la grazia di sentire che la morte fisica è il passaggio verso uno stato di eternità pieno di luce e pace, dove si realizzerà ciò che la Parola di Dio ci rivela tramite l'apostolo Paolo: «Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in noi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti darà la vita anche al nostro corpo mortale per mezzo del suo Spirito che abita in noi» (Rm 8,11). |