| Omelia (22-03-2026) |
| don Michele Cerutti |
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Il dono delle lacrime Di questi tempi i mezzi di comunicazione sottopongono alla nostra attenzione le immagini di donne, di uomini, di anziani e di bambini che piangono la morte dei loro cari a causa della guerra. Possono essere questi palestinesi, israeliani, russi, ucraini e iraniani. Nei nostri contesti sociali conosciamo situazioni di vera e propria disperazione pensando alle famiglie che piangono i figli che si suicidano, che muoiono in incidenti stradali, si perdono nella droga oppure vivono la malattia Il tempo di Quaresima è quello in cui le fatiche del cammino verso la Resurrezione si fanno sentire e forse il nostro cuore diventa più sensibile nello scoprire le necessità dei fratelli. D'altra parte, questo è uno dei pilastri fondamentali di questo tempo liturgico ovvero saper riscoprire la profondità della carità che ci aiuta a penetrare il dolore di chi ci sta vicino. Lo abbiamo detto all'inizio proprio di questi 40 giorni leggendo il testo di Isaia che ci esorta a vivere pienamente il digiuno con tutte quelle attenzioni nei confronti dei fratelli. In questo tempo viviamo con intensità il dono delle lacrime e chiediamo questa grazia. Dono questo che ci fa partecipe delle sofferenze del mondo. Gesù ci viene in aiuto in questo brano. Lo vediamo piangere davanti all'amico Lazzaro mentre giace in un sepolcro. Un pianto questo che interroga tutti quelli che sono vicini: Vedi come lo amava? Questa era la domanda che i presenti si facevano vedendo Gesù piangere. Il nostro pianto dovrebbe avere la stessa intensità e provocare in chi ci vede sentimenti di altrettanta compassione per le sorti dell'umanità. Ne sono sempre più convinto che le guerre cesserebbero sei potente della terra si mettessero in ascolto e guardassero le madri, i padri versare lacrime per la scomparsa dei loro figli. Comprenderebbero che il dolore non ha confini, non ha colore della pelle e non ha distinzione alcuna. Il pianto diventa preghiera come ci dimostrano le esperienze di santi come Monica che, pur nella compostezza, mostra tutta la sua tristezza per il figlio Agostino soffocato dal peccato. Il pianto di Gesù rende il figlio di Dio al pari di tutti noi. Anche lui sa cosa vuol dire il male della morte, del peccato e della sofferenza. Lo vediamo piangere davanti a Gerusalemme che ha visto morire tra le sue mura i profeti e nella Lettera agli Ebrei ci viene detto che nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. Su tutto questo però abbiamo le parole consolanti del Cristo stesso. Nel discorso della montagna dice: beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati. In questo brano che abbiamo proclamato viene, possiamo dire, plasticato questa beatitudine perché proprio il pianto è il luogo dove Dio ci incontra per trasformare la nostra angoscia in una speranza che non muore. Piangendo Gesù diventa il primo modello delle beatitudini. A noi tutti allora ci viene detto proprio di vivere queste lacrime alla presenza di Dio stesso e tutto assume un senso e tutto prende un significato. Tutto si trasforma per un bene più grande che alla luce della Pasqua ormai vicina comprenderemo. |