Omelia (15-03-2026)
don Lucio D'Abbraccio
Signore, apri gli occhi del mio cuore

Oggi, entrando in chiesa, vediamo che il colore delle vesti del sacerdote non è più viola, ma rosa. Il rosa è il colore dell'alba, quando il cielo comincia a illuminarsi e ci annuncia che il sole sta per sorgere. Anche la Chiesa oggi ci dice che dobbiamo rallegrarci perché la tristezza sta per finire e la gioia della Pasqua si avvicina.
Ebbene, il Vangelo di questa IV Domenica di Quaresima, detta Laetare, ci racconta l'incontro tra Gesù e un uomo cieco dalla nascita. Quest'uomo non aveva mai visto nulla: non il volto della sua mamma, non quello del suo papà, non il colore del cielo, non la luce del sole. I discepoli, vedendo quest'uomo, pongono a Gesù una domanda che anche noi, a volte, ci facciamo quando vediamo qualcuno soffrire: «Maestro, di chi è la colpa se quest'uomo è cieco?» .
Gesù risponde che non è colpa di nessuno. Il dolore non è una punizione. A volte, proprio attraverso le nostre fragilità, Dio fa vedere il suo amore.
Per capire meglio, pensiamo a quando un bambino cade e si sbuccia il ginocchio. Non è perché qualcuno lo ha punito. È successo, e basta. Ma proprio in quel momento la mamma o il papà si avvicinano, lo puliscono, lo abbracciano. Il dolore diventa occasione per sentirsi amati. Così fa Dio con noi: si avvicina quando siamo feriti.
Gesù poi compie un gesto sorprendente. Prende un po' di terra, la mescola con la saliva e fa del fango. Lo spalma sugli occhi del cieco. È un gesto che ci ricorda la creazione: Dio ci ha formati dalla polvere della terra. Dio non ha paura della nostra polvere, delle nostre debolezze. Le tocca, le prende tra le mani, le trasforma.
Poi dice all'uomo: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe». L'uomo non vede ancora nulla, ma ascolta la voce di Gesù e si fida. Parte, anche se tutto è ancora buio.
È come quando un bambino impara ad andare in bicicletta. All'inizio non sa come farà a stare in equilibrio, ma si fida della voce del papà che dice: «Vai, pedala, ci sono io». La fede è così: fare il primo passo anche quando non capiamo tutto.
L'uomo si lava e finalmente vede. Per la prima volta nella sua vita vede la luce, i colori, i volti.
Ma la storia non finisce qui. I capi del popolo non vogliono credere al miracolo. Lo interrogano, lo accusano, lo trattano male. Persino i suoi genitori hanno paura e non lo difendono.
Questo succede anche a noi. A scuola, quando un compagno viene preso in giro, molti tacciono per paura. Tra adulti, quando si vede un'ingiustizia, spesso si preferisce non intervenire per non avere problemi. La paura ci rende ciechi.
L'uomo guarito, invece, diventa sempre più coraggioso. Ma i capi non lo accettano e lo cacciano fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
Quest'uomo non vede solo con gli occhi: vede con il cuore.
Gesù ci insegna che la cecità più pericolosa non è quella degli occhi, ma quella del cuore. È la cecità di chi pensa di sapere già tutto, di chi non ascolta, di chi non si accorge dell'amore di Dio che gli passa accanto.
Si può avere una vista perfetta e non vedere che un amico è triste. Si può leggere benissimo e non accorgersi che un familiare ha bisogno di una parola buona. Si può guardare mille cose e non vedere mai l'essenziale.
L'uomo guarito riceve non solo la vista, ma un cuore nuovo, capace di riconoscere la luce di Dio.
Per questa settimana proviamo a non girare lo sguardo quando vediamo qualcuno in difficoltà. Se un compagno resta solo, avviciniamoci. Se un collega è stanco, offriamo una mano. Se in famiglia c'è tensione, proviamo a portare pace.
E ripetiamo nel cuore, con fiducia e coraggio: «Signore, apri gli occhi del mio cuore per amare come ami tu». Amen!