| Omelia (15-03-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Che fatica, per dire “Credo”... Chissà se questo cieco - sicuramente il più famoso di tutto il Vangelo - sapendo il polverone che ha sollevato la sua guarigione, avrebbe accettato di lasciarsi risanare o non piuttosto avrebbe preferito rimanere cieco... perlomeno, avrebbe potuto continuare a campare di elemosina, pur con la mancanza della vista, della quale neppure sapeva di cosa si trattasse, visto che era nato così! Per colpa di "altri" ciechi (i peggiori, quelli che sono convinti di vedere tutto ma in realtà vivono nelle tenebre) ne ha passate di tutti i colori: sottoposto a processo da parte del sinedrio, tacciato di essere pubblico peccatore sin dalla nascita, espulso dalla sinagoga, guardato male dalla gente, che pensava che si stesse spacciando per uno dei tanti falsi ciechi in circolazione (e pensare che l'Inps da ingannare non esisteva ancora...). E tutto questo perché un sabato come tanti altri, mentre era lì tranquillo a chiedere l'elemosina sotto il portico del Tempio di Gerusalemme, passa davanti a lui uno dei tanti rabbini con il suo gruppo di discepoli, i quali parlano sempre delle stesse cose: "Visto che è cieco dalla nascita, chi ha peccato? Chi ha colpa di questa nascita? Forse i suoi genitori non erano persone dabbene, oppure in un'altra vita è lui che ha offeso Dio?". Al di là di chi fosse la colpa, altro non era che una conseguenza della cosiddetta "teologia della retribuzione", allora molto in voga: a ognuno viene dato il suo, benedizione e/o maledizione vengono dal volere di Dio, che benedice i giusti e maledice i malvagi; così è scritto e non ci si può fare nulla. Secondo la Legge, maledetto lo era due volte, quel cieco: perché non vedeva, e perché la sua cecità gli impediva di leggere la Bibbia, e quindi di conoscere Dio. Non potrà mai sapere chi è Dio né come poterlo lodare. Ma forse a lui neppure interessava ciò che diceva la Legge di Mosè e, in generale, cosa pensasse Dio di lui: è stato quel rabbino di nome Gesù a dire ai suoi discepoli che lui era così dalla nascita perché si manifestassero in lui le opere di Dio, e che lui era la luce del mondo, e che bisognava approfittare della luce del giorno per compiere le opere di Dio! L'elemosina che ha ricevuto da lui è stata un po' strana: un impacco di fango sugli occhi, per poi andare a sciacquarsi alla piscina di Siloe... non esattamente la cosa più semplice di questo mondo per un cieco, visto che si trattava di camminare a tentoni per cinquecento metri... Sta di fatto che quell'elemosina gli ha cambiato la vita, in tutti i sensi: ha finalmente acquistato ciò che non aveva mai avuto, apparentemente in maniera del tutto gratuita, in realtà, in quello stesso istante, inizia un percorso di fede pieno di difficoltà. Per riuscire ad affermare "Credo, Signore!" deve affrontare una serie di ostacoli inimmaginabili, e per di più non per colpa sua. Lui, di colpe, non ne aveva mai avute, nemmeno riguardo alla sua disabilità: ma coloro che erano veramente ciechi, e più ciechi di lui, fanno di tutto perché lui si possa sentire colpevole, inadeguato, peccatore. Qualcuno cerca di rubargli l'identità, di negare che fosse lui il cieco nato che elemosinava al tempio: una volta riuscito, a fatica, a convincere chi non voleva crederci, è costretto a subire un pesante processo a causa di una guarigione avvenuta in giorno di sabato, un giorno nel quale secondo la Legge, è impossibile che avvengano miracoli perché è impossibile che Dio operi prodigi in quel giorno. Anche Dio, infatti, osservò il sabato dopo aver creato il mondo, e nessuno, neppure lui stesso, può osare violarlo. Se qualche prodigio avviene in giorno di sabato, non può che essere opera del male, del peccato, di satana. E non importa se chi lo processa, in quel momento, viola il sabato proprio perché apre il tribunale: ciò che conta è riuscire, in nome della Legge, a negare l'evidenza, e non una, ma ben sette volte, come sette sono le volte in cui viene chiesto al cieco come è avvenuta la guarigione. E sappiamo che i numeri non sono a caso: ci troviamo nella pienezza, nella perfezione della cecità, nel buio più totale di chi, pur di non credere nell'opera di Dio compiuta attraverso Gesù, è disposto a fare di tutto, addirittura a citare in giudizio i genitori del cieco guarito, a minacciarli di espulsione dalla sinagoga, a sottoporre a vere e proprie torture psicologiche chi ha avuto la sola colpa di essere nato cieco... Ma a lui non importa di entrare in quelle sterili discussioni legate alla bontà o meno del gesto, alla liceità o meno di quella guarigione, alla salvezza che viene dal rispetto o meno della Legge, al fatto che quel Gesù fosse un profeta o un peccatore che viola il sabato nel tempio di Gerusalemme: potrà anche darsi che Gesù non sia un profeta, ma lui prima di incontralo era cieco e ora ci vede; quel Gesù sarà anche un peccatore, ma a lui ha cambiato la vita; sarà un bestemmiatore, uno che vuole sentirsi più grande del sabato e dello stesso Dio, ma a lui ha aperto gli occhi, e non smetterà mai di annunciarlo a chiunque incontrerà nella sua vita. Quest'esperienza così dolorosa, alla fine, lo porta a dire "Credo, Signore", e a inginocchiarsi davanti a Gesù in segno di venerazione e di riconoscenza. Ma soprattutto, gli fa comprendere una cosa importante: che i veri ciechi non sono quelli che ammettono di non vedere, bensì quelli che pensano e pretendono di vedere perfettamente, fin dentro le profondità dell'anima, al punto di permettersi di giudicare gli altri e di bollarli come ignoranti, ciechi, stupidi, maledetti da Dio, peccatori incalliti. Ma Gesù ha già emesso su di loro il giudizio di Dio: "Sono venuto in questo mondo perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi". Chissà quanto tempo ci vorrà, ancora, perché il Signore riesca a cambiare questa mentalità ottusa e cieca di chi crede, in nome di una fede fatta di norme e di precetti, di avere in mano la fiaccola della verità e non si accorge di brancolare nelle tenebre dell'errore... |