Omelia (22-03-2026)
Missionari della Via


Gli amici di Gesù potevano essere sé stessi: attivi come Marta, contemplativi e a volte desolati come Maria, fragili e nel sepolcro come Lazzaro. Eppure, quando ci poniamo davanti a Dio, spesso temiamo di essere noi stessi: come Adamo ed Eva cerchiamo foglie per coprirci, convinti che serva una perfezione preventiva per poter essere suoi amici. Potrebbe sembrarci quasi eccessivo rivolgerci a Gesù con la schiettezza di Marta e Maria, come se l'amicizia fosse un rapporto di troppa confidenza, non adatto alla relazione con Dio. Ma Gesù stesso ci ha detto: «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15) e addirittura si è definito "lo sposo" (cf Mc 2,19-20). I mistici avevano compreso la portata profonda della relazione che ci chiede Dio. È un invito a cambiare il nostro modo di pensare, a riconoscere che l'amicizia con Gesù non nasce dalla perfezione, non ha un connotato meritorio e non è neanche qualcosa che noi diamo a Dio e che Lui non ricambia. In questo brano evangelico, scopriamo Gesù nel suo essere vero amico e nel suo ricevere amicizia. È un rapporto reale, non platonico, tanto che Gesù si fa persino rimproverare, come farebbe colui che ha un amico in pena. Egli è persino commosso dal rimprovero e dal dolore esposto con lealtà dall'amica Maria: «se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Queste parole sincere, cariche di dolore, di vicinanza, ricevono una risposta da Gesù: le lacrime. Gesù pianse per il suo amico, gli voleva bene!
Gesù come esplica la sua amicizia? Nella sua missione. Gesù, sembra che volutamente arrivò in ritardo, per poter manifestare la sua opera: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate». Spesso, si confonde la condivisione relazionale e autentica con l'annullamento delle differenze, con una pretesa di uguaglianza artificiale che rischia di diventare persino desiderio di appropriazione dell'altro. La comunione autentica, invece, si realizza proprio nel riconoscere e rispettare che ognuno è autenticamente diverso, ha un compito proprio, un servizio richiestogli da Dio, un talento particolare: ed è questo intreccio di diversità che costruisce la vera unità, una relazione autentica. Gesù manifesta la gloria di Dio in una vita pienamente umana e relazionale e ci mostra come assumere il suo stile, accogliere lo Spirito Santo, renda bella la nostra vita e le nostre relazioni feconde. Noi, invece, quando ci convinciamo di poter liberare, salvare, convertire gli altri, quando ci arrocchiamo nei nostri piccoli o grandi servizi, riusciamo a rimanere pienamente umani? A volte no! I nostri ruoli assunti orgogliosamente rovinano le amicizie, creano distanze, sospetti, a volte generano atteggiamenti disumani. Siamo capaci anche di non avere una stima previa dell'altro, misurando il valore a partire dai ruoli, dalle appartenenze o dalle provenienze. Paradossalmente, noi che ci sentiamo pienamente umani, ci possiamo atteggiare a divinità dell'olimpo. Gesù, invece, è pienamente Dio ed è anche pienamente uomo; ci insegna così la vera umanità, la vera amicizia. Al punto che i discepoli, che spesso non comprendevano tutti i discorsi di Gesù e le motivazioni del suo agire, ma che cercavano di esercitare un'obbedienza fiduciosa, rimasero sorpresi dal fatto che Gesù rischiasse la vita pur di andare a trovare Lazzaro. I discepoli, come i Giudei, dovettero riconoscere l'amore di Gesù per il suo amico, dovettero assistere alle manifestazioni di dolore di Gesù. Egli, infatti, era molto turbato; il verbo usato è etaràchthē, che dice un dolore profondo, uno spasmo. Gesù entra nel dolore radicale, quello che non resta nell'anima ma si imprime nel corpo come uno spasmo, quel dolore che a volte il volto tradisce con una smorfia. Gesù mostra che l'amicizia vera non è fusione né confusione, ma capacità di entrare nel vissuto dell'altro senza perdere la propria identità. Condivide ciò che l'amico sente, si lascia toccare dalle sue gioie e dalle sue fatiche, e allo stesso tempo rimane Maestro, guida, presenza che orienta. Gesù ci mostra come una relazione ordinata non assorbe gli altri nel proprio ruolo ma sa esprimere con semplicità una differenza. Infatti, anche rispetto all'amica Marta, Gesù la accompagna a una proclamazione di fede fra le più grandi del Vangelo: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». L'amicizia che ci rivela Gesù si nutre di presenza e relazione, nell'hic e nunc (qui ed ora). L'amico non è l'amicone, che si relaziona in modo superficiale, perdendo se stesso e facendo smarrire anche gli altri. L'amico è colui che sa stare nella differenza e sa sentire il dolore dell'altro, gioire della gioia dell'altro, amare di un amore disinteressato. Enzo Bianchi scrisse: «Lazzaro risuscitò perché veniva pianto»; è una bellissima espressione che ci dice che le lacrime arrivarono prima del grido, che la relazione quando è autentica chiede e invera la resurrezione dell'altro. Il discepolo è chiamato ad amare, a saper piangere, a sapersi fare amico sul serio, alla maniera di Gesù e soprattutto con Gesù. È chiamato, insomma, a intessere con Gesù non un rapporto di fede nella sua esistenza, ma ad amarlo intensamente. Don Milani scrisse: «Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco, perché gli voglio bene, e capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!!! E così di tutto il resto della dottrina» (Lettera a Giorgio Pecorini, del 10 novembre 1959). L'amore verso Dio e il prossimo, si fonde in una saggia concretezza, perciò Gesù chiede: «scioglietelo e lasciatelo andare» (v. 44). Questa è la parafrasi dell'amore di Dio che dobbiamo imparare: un amore liberante.
Oggi possiamo pregare dicendo:

"Apri il mio sepolcro Signore, chiamami alla vita con te.
Vieni a rendermi tuo amico".

PREGHIERA

«Signore Gesù, vero uomo come noi,
Tu hai pianto l'amico Lazzaro,
e come Dio eterno lo hai richiamato dal sepolcro.
Oggi stendi su tutta l'umanità la tua misericordia,
e attraverso i santi misteri
ci conduci dal buio della morte alla luce della vita.
Fa' che il nostro cuore si apra alla tua presenza,
che la nostra fede si rinnovi nella speranza,
e che la nostra vita sia segno della tua vittoria. Amen».

(Preghiera ispirata al Messale Romano, Prefazio della V domenica di Quaresima).