| Omelia (20-03-2026) |
| Missionari della Via |
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Non dobbiamo abituarci a certe espressioni: «i Giudei cercavano di ucciderlo». Se ci abituiamo a sapere anticipatamente che Gesù era destinato alla croce, possiamo rischiare di perdere di vista la tremenda realtà che attraversa il dolore umano. Gesù visse tutto questo: dolore, festa, fratelli e amici, ma anche nemici. Tanto che qualcuno riconoscendolo diceva: «Non è costui quello che cercano di uccidere?». Alcune morti noi le conosciamo già, alcune persone minacciate dallo strapotere, alcune persone stanche di un lavoro non retribuito, alcune persone al margine fra la vita e la morte, che combattono malattie prepotenti, gente che vive lo stigma della malattia mentale o con un malato mentale, persone che non hanno tanto presente il loro futuro per via di situazioni di degrado. Ecco, Gesù conosce la sensazione di essere indicato come il "morto che cammina". Conosce anche le facili etichette che mettiamo a coloro che vengono da un luogo sfortunato, che hanno avuto la triste sorte di essere nate in un posto e non in un altro; conosce il dissenso degli increduli, di chi guarda tutto in superfice. Egli, che non è venuto da sé steso, Dio stesso sceso in terra, proprio Lui, ha ricevuto non solo la croce, ma il dolore profondo di chi non è riconosciuto, di chi viene soppresso nel suo esistere, di chi è non pensato, di chi è vittima di ingiustizie legalizzate. Esiste un male, chiamato struttura di peccato, una stratificazione e giustificazione collettiva del male di cui possiamo farci collaboratori, con le nostre parole superficiali, con il disinteresse verso l'altro che sembra preservarci da dolore o grattacapi. Anche noi possiamo aspettare che i potenti ci indichino se chi abbiamo davanti è giusto o meno, che siano governanti o esponenti della fede, spesso cerchiamo da loro conferma alla nostra superficialità: «Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo?». Anche noi possiamo nell'oggi essere spettatori di ingiustizia; tutti abbiamo invece il dovere di essere più liberi, più veri, più esposti. Abbiamo forse bisogno nei posti di lavoro, in famiglia, per le strade del mondo, di non ritornare ad essere crocifissori di chi incontriamo, di non collaborare con parole, chiacchiere, conformismo, servilismo alla crocifissione di nessuno. Chiedendo coraggio a Dio, che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, che ritiene beati i poveri, i perseguitati, gli oppressi, che ci ha chiamati ad essere servi e non padroni. Gesù cammina ancora per le nostre strade... noi come lo guardiamo? «La solidarietà corta è di dare ai poveri il pane, il vestito, un tetto. Ma la solidarietà lunga consiste nello schierarsi dalla loro parte, perché Dio li ama e sceglie gli straccioni per operare i prodigi del suo annuncio» (don Tonino Bello). |