Omelia (14-03-2026)
Missionari della Via


Il verbo "ti ringrazio" (eucharistō), che il fariseo pronuncia nella parabola, richiama lo stesso termine che, nei Vangeli, troviamo unicamente sulle labbra di Cristo e nel gesto del lebbroso guarito che ritorna per rendere grazie a Dio. Ma c'è un modo diverso di ringraziare. La stessa parola che in Cristo diventa benedizione e dono, e nel lebbroso guarito diventa riconoscenza e fede, nel fariseo si riduce a orgoglio e distanza dagli altri. Oggi, perciò, ci interroghiamo sul nostro modo di usare le parole: possono essere parole buone ma usate in modo distorto. Le parole buone possono essere svuotate del loro senso autentico e trasformate in strumenti di vanagloria o di giudizio. Il fariseo dice "ti ringrazio" ma non rende grazie a Dio: usa la parola per esaltare se stesso. Le parole buone devono essere abitate da un cuore che le rende vere; se no, come nel caso del fariseo, potremmo usarle per fingere una falsa umiltà e deferenza. Dio non ci chiede questo; oggi, ci chiede di andare al cuore, di percepirci umili, cioè bisognosi di Dio, mai arrivati. Tutti abbiamo bisogno di pietà, abbiamo bisogno di essere accolti. Solo: "abbi pietà di noi" può essere la preghiera universale dell'uomo, quando au tenticamente è in sé.

«O Dio, abbi pietà di me peccatore è una preghiera che tutti, [anche] ebrei, cristiani e musulmani possono fare insieme [...] E' la preghiera preludio di ogni ringraziamento e di ogni pace. Se ci ritroviamo in una preghiera identica, allo ra possiamo capire meglio un Dio che non fa differenze tra gli uomini. Anche se ogni uomo per lui è unico [...] non c'è differenza tra fariseo e pubblicano. Lui solo può giustificare l'uno e l'altro» (Christian De Chergé).