| Omelia (09-03-2026) |
| Missionari della Via |
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Nazareth è il luogo in cui Gesù ha trascorso la sua giovinezza, immerso nella vita quotidiana del suo popolo. Proprio nella sinagoga di questa città, egli pronuncia parole che scuotono gli animi: «In verità vi dico: nessun profeta è ben accolto nella sua patria». Con questa affermazione, Gesù non solo denuncia l'incredulità dei suoi concittadini ma sottolinea con forza come, nella storia della salvezza, Dio abbia spesso scelto di manifestarsi attraverso gli stranieri, gli esclusi. Così accadde a quella vedova di Sarèpta che riceve la visita di Elia o a Naamàn il Siro, purificato attraverso il profeta Eliseo. Gesù spiega chiaramente che spesso Dio agisce attraverso quelli che vengono da fuori, che sono estranei, che non appartengono ai gruppi spirituali consueti del posto. Si capisce, perciò, lo sdegno dei farisei all'udire quelle cose! Sarebbe come dire ai sacerdoti della nostra città, che Dio può rivelarsi anche senza di loro, che Dio non per forza agisce nelle chiese o fra quelli della nostra cerchia. Come suona questa espressione? Ci provoca quasi uno sdegno: "Ma come, noi operiamo per Dio, e Lui si fa presente attraverso il figlio del falegname? O si rivolge a uno straniero invece che a noi, che gli siamo fedeli e operiamo nelle sue chiese?". Oggi questo brano del Vangelo ci chiede di aprire gli orizzonti, di non rinchiudere Dio in schemi troppo rigidi: anche rispetto alle persone che conosciamo dobbiamo evitare questa rigidità. Un altro elemento fondamentale che colpisce è che i concittadini di Gesù pensano sia strano che la salvezza possa venire dal figlio di Giuseppe, quello che ha lavorato con loro e per loro, che ha imparato il mestiere, che è stato loro amico, quello che pensano di conoscere troppo bene per potersi far sorprendere; tanto che arrivano pure a chiedere una prova, di fare gli stessi miracoli che aveva fatto altrove. Sono scandalizzati che si possa pensare che quell'uomo ordinario, fatto di carne e quotidianità, possa avere pretese tanto alte. Al punto che -leggiamo- lo cacciarono dalla città e tentarono persino di gettarlo giù dal monte! Non è solo scandaloso che Dio operi fuori dai ranghi dei templi ma è scandaloso anche recepire il quotidiano come spazio di Dio. Per noi spesso è impensabile persino che un santo abbia potuto camminare come noi e non volare! Pensiamo cosa significava per gli ascoltatori al tempo di Gesù pensare a un messia figlio di Giuseppe, falegname, conosciuto. Chi racchiude l'immagine dell'altro alla propria comprensione, spesso minimizza e pretende, non coglie la sorpresa di Dio; che non solo opera ai margini, ma anche nella quotidianità abita le trame della nostra storia. Dove incontrerai Cristo oggi? «Il quotidiano è ciò che noi siamo innanzitutto e in genere: nel lavoro e nel tempo libero, durante la veglia e il sonno, per la strada, nell'esistenza privata. Il quotidiano siamo noi di solito [...] È ciò che passa inosservato, è ciò che non vediamo mai per la prima volta, ma che possiamo solo rivedere dopo averlo sempre già visto [...] Il quotidiano sfugge È la sua definizione [..] Ma ecco sopraggiungere bruscamente una luce, "Qualcosa si accende, appare come un lampo sulle via della banalità... è il caso, il grande istante, il miracolo". E il miracolo "irrompe nella vita in modo imprevedibile... senza relazione col resto, trasformando l'insieme in modo chiaro e semplice". Col suo splendore, separa i momenti indistinti della vita quotidiana» (Maurice Blanchot). |