Omelia (01-03-2026)
don Alberto Brignoli
Un Dio che per salvarci ci trasfigura

Chi ama camminare in montagna, sa che non c'è cosa più bella che alzarsi di buon mattino, sfruttare l'aria fresca, mettersi in cammino e giungere in vetta mentre il sole sta pitturando la natura con lo splendore della sua luce. È una luce talmente bella e limpida che non puoi non pensare alla bellezza del Creato e alla grandezza del suo Creatore. Ed è talmente piacevole stare lì a contemplare che non vorresti più venirne via. Vorresti che il tempo si fermasse...
Poi però, spesso in maniera improvvisa - soprattutto d'estate - il cielo comincia a "guastarsi": nuvole sempre più grosse e minacciose si avvicinano per farti capire che non è il caso di fermarsi troppo, la pioggia può arrivare da un momento all'altro, e in montagna arriva quasi sempre in forma violenta, con lampi e tuoni che incutono veramente timore. E allora si deve scendere a valle, con un po' di apprensione ma anche lieti di aver vissuto un'esperienza indimenticabile di contatto con la natura e con se stessi. Si rimane estasiati, e difficilmente si riesce a raccontare ad altri la bellezza dei panorami contemplati: nemmeno le foto e i selfie inviati in tempo reale a chi sta a casa riescono a rendere l'idea. Si conserva nel cuore per molto tempo ciò che gli occhi hanno contemplato, e ci si sente differenti, rinnovati, più forti, quasi trasfigurati...
Ma non solo la bellezza, purtroppo, cambia e trasfigura la nostra vita. Spesso, il mondo e noi stessi veniamo trasfigurati dalla nube sempre minacciosa e sempre in agguato del dolore e della morte. Il dolore, molto più che la morte; la morte non trasfigura, la morte annienta, distrugge, e tutto termina lì. Il dolore invece è capace di trasfigurare tutto: i volti, i corpi delle persone, e soprattutto la vita, l'anima. Quando il dolore ti colpisce, ti entra dentro in profondità, e inizia una passione, una Via Crucis che sembra non avere mai fine. A volte è bello avere qualcuno con cui parlarne, qualche persona saggia che ti dica parole di Dio, come Mosè ed Elia, che parlano con Gesù della sua passione.
Ma il dolore rimane, e spesso senza che tu possa fartene una ragione ti trasfigura completamente, sfigura il tuo modo di fare, di vivere, di guardare le cose, di pensare. Ti fa cadere con la faccia a terra, come i tre discepoli sul Tabor: e ciò che regna è l'angoscia e il silenzio.
Ecco: oggi il Vangelo ci racconta tutto questo, ma in mezzo all'oscurità della nube aggiunge pure una voce per aiutarci a comprendere qualcosa di più. È la voce del Padre che ci dice "Questi è il mio Figlio prediletto, il più amato, quello in cui mi compiaccio: ascoltatelo".
Ascoltare la voce di Dio che ci parla attraverso le bellezze del Creato e della vita - lo abbiamo detto prima - è qualcosa che ci fa piacere. Ma ascoltare la sua voce che ci parla e ci trasfigura la vita con il dolore, la sofferenza e la morte di tutto ciò che ci circonda, francamente ci risulta alquanto faticoso. E per di più, questa volta, ci dice di non parlare con nessuno di questa rivelazione finché Egli "non sia risuscitato dalla morte", ossia finché questo mistero del dolore non si sia compiuto in tutta la sua interezza.
Certo che... è faticoso, accettare un Dio così!
È faticoso accettare che le cose belle della vita, quelle che scaldano il cuore, finiscano presto e spesso si trasformino in fonte di dolore e di angoscia.
È faticoso, non poterne parlare con nessuno e rimanere in silenzio, finché tutto sia compiuto...
È faticoso accettare che per diventare Figli di Dio, il Padre Nostro ci debba trasfigurare a immagine del suo Unigenito Figlio Prediletto, l'uomo dei dolori che ben conosce il soffrire...
È faticoso arrivare a Pasqua essendo già passati attraverso il deserto delle Tentazioni, e ora ci tocca la trasfigurazione nel dolore, poi un'impegnativa revisione di vita come quella della Samaritana alla ricerca dell'acqua viva, e ancora il fango gettato sugli occhi come al cieco nato nella piscina di Siloe, la tomba ormai sigillata di Lazzaro che d'improvviso si riapre, il tradimento del Getsemani, le accuse ingiuste nel Sinedrio, gli insulti nel Pretorio, la croce sul Golgota...
Che fatica, in buona sostanza, credere a un Dio che ci permette, sì, di chiamarlo Padre, ma per farlo ci prova con il fuoco.
Se però la strada da percorrere è questa, e la meta finale è quella che ci viene promessa nella gloria che abbiamo contemplato oggi sul Tabor, allora accettiamo la sua volontà e lasciamo che ci trasfiguri a sua immagine.