Omelia (01-03-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Senza sosta, ma senza fretta e in Dio

Considerare gli ostacoli con troppa serietà può sempre ritardare un cammino, un progetto, un proposito da realizzare o un obiettivo da raggiungere. E può anche rallentare lo stesso percorso, ritardare il raggiungimento di un obiettivo, perché soffermarsi sulle insidie con apprensione e impazienza conduce sempre al pessimismo o almeno all'ansietà e alla paura di non farcela. Certamente le devianze e intralci non vanno sottovalutati, non si può trascurali e li si deve affrontare con l'umiltà di chi è consapevole che ogni imprevisto e ogni ostacolo sono nel computo inevitabile di chi sta percorrendo un terreno in vista della meta. Bisogna sempre aspettarseli e non si può aggirare l'ostacolo. Occorre perseverare, non darla vinta ai pensieri di negatività e di disfatta e persistere fino al successo. Non poche persone si sono arrese tirando i rami in barca senza sapere che la meta era proprio dopo l'ultima sfida. Secondo un monito attribuito a Goethe, occorre procedere senza fretta, ma senza sosta e nella calma appunto si monitora ogni avversità.
E soprattutto occorre, piuttosto che lasciarsi prendere dal timore degli ostacoli, aver sempre fisso l'obiettivo. Considerare la finalità per cui si sta lottando, il traguardo o la meta che si intende raggiungere, questo ci sollecita ancor di più nella fiducia e nella perseveranza, specialmente se qualsiasi obiettivo lo si voglia realizzare in Dio. Cioè confidando nella bontà e nella misericordia del Signore, che sostiene sempre le imprese nobili, non manca di farci raggiungere il traguardo sperato, essendo egli stesso il nostro traguardo e il nostro orientamento.
Così Abramo (I Lettura) si incammina senza sapere dove Dio lo vuole condurre, ma parte fiducioso e senza paura affronta l'imprevisto perché sa che c'è una ragione su quel viaggio, che si prospetta una meta e che in questo traguardo c'è sempre Dio. Dio è per lui l'imput, lo sprone, la forza motivazionale e lui sarà anche il suo obiettivo finale per il quale il nostro patriarca è fondato e radicato nella fede. Abramo affronta gli imprevisti nella fedeltà e soprattutto nella fiducia in Dio ed è ben consapevole che seppure non sa dove deve andare comunque avrà una destinazione, anzi un obiettivo. Guardare sempre avanti e tenere fisso lo sguardo verso l'obiettivo è incoraggiante, come si diceva ma l'esperienza di Abramo ci fa evincere che a volte l'obiettivo è il viaggio stesso, perché la tempra e la costanza che esso richiede ne sollecitano l'anticipo.
Ancor di più questo si evince in Pietro, Giacomo e Giovanni, discepoli che hanno ciascuno una sua storia. Il primo, chiamato anche Simone, al quale Gesù darà le chiavi del Regno e sul quale fonderà la sua Chiesa, aveva avuto uno zelo esagerato per il suo maestro: lo aveva ammonito perché non si recasse a Gerusalemme, luogo del suo supplizio e per questo aveva meritato il famoso cicchetto "Vai dietro a me, Satana". Altrettanto zelanti e focosi dovevano essere anche Giacomo e Giovanni i figli di Zebedeo che Gesù chiamava "Boenarghes", figli del tuono (Mc 3, 17). Gesù, che vuole che essi per l'appunto guardino avanti con fiducia e perseveranza, attualizza al presente le ragioni di questa loro speranza. Rende fruibile ad essi già sin d'ora il traguardo oggetto di speranza.
In cima al monte che la tradizione vuole sia il Tabor, proprio ad essi si dispiega i vero obiettivo che attende il loro maestro e nel quale anche loro sono coinvolti e adesso anche immersi: la gloria, l'ineffabile grandezza che compete a Gesù quale Dio fatto uomo, Unto del Padre prefigurato dalla Legge e dai profeti (Mosè ed Elia), che inevitabilmente dovrà passare per la croce per realizzare il piano divino di redenzione e di salvezza dell'umanità. La croce convergerà nella morte, da questa seguiranno le oscurità del sepolcro e finalmente la vittoria gloriosa sulla morte stessa nella fuoriuscita dal sepolcro. Il corpo stesso di Gesù ne uscirà glorificato e invitto e manifesterà la sua gloria e la sua potenza. Ci sarà un obiettivo finale di gloria e di innalzamento che attende Gesù, ma questi non può sottrarsi alla tappa obbligata del patibolo per raggiungerlo.
Senza sosta ma senza fretta i discepoli sono chiamati allora ad accompagnare Gesù mentre va verso la città nella quale il trionfo iniziale si tramuterà nello strazio e nell'acme della sofferenza per amore. Occorre procedere rispettando le tappe del progetto che il Padre ha impostato, senza fretta e non dando occasione all'ansia e alla premura eccessiva. Occorre guardare alla gloria che il Maestro ha innanzi e considerare l'ostacolo di Gerusalemme come un'opportunità inesorabile di crescita e di fortificazione senza che l'ostacolo ci distolga dall'obiettivo. L'obiettivo della Quaresima è lo stesso Signore che risorge in noi ogni volta che le nostre speranze sono tramutate in certezze e ogni volta che ogni desolazione diviene elevazione.