| Omelia (07-03-2026) |
| Missionari della Via |
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Il disagio dei farisei di fronte a Gesù che si avvicina ai peccatori è evidente. Rivela una mentalità che ci è fin troppo familiare: quella dei "perfetti", dei "primi posti", di chi occupa spazi e toglie la possibilità di esprimersi ed esistere agli altri. A noi missionari è capitato diverse volte di fare servizio in parrocchie, confrontarci con questa realtà tanto diffusa e storica che ha una caratteristica territoriale e siamo rimasti sorpresi perché alcune volte abbiamo percepito un grande assente: Gesù. Si trovano in alcuni luoghi persone che abitano le chiese e che pensano siano fortezze inespugnabili, dove stazionare per occupare spazi di potere e di difesa, senza fare spazio ad altri credenti, senza accogliere talenti emotivi che portano novità o persone capaci di creare unità e comunione, che vengono tagliate fuori. Figurarsi se si può trovare spazio per i peccatori da accogliere, per quelli che sbagliano e poi ritornano! Prima di tutto per un motivo: se non c'è al centro Gesù, il padre misericordioso, non ci riconosceremo mai come fratelli che condividono la tavola. Se serviamo in chiesa per sentirci figli perfetti, non entriamo nell'ottica del padre. I peccatori -ci direbbe Gesù- si invitano a tavola, perché mangiare con loro deve significare renderli parte di una famiglia che li accoglie, di una famiglia di gente che vuole essere perdonata, che non si sente padrona. I farisei, invece, erano brave persone alla maniera umana, sacerdoti che fondamentalmente amavano Dio al punto da farne una loro proprietà. Erano capaci grandemente di quegli amori tipici del mondo, che sanno di possesso! Carissimi fratelli e sorelle, esaminiamoci nel cuore! Siamo spesso fratelli maggiori che chiudono la porta a quelli che riteniamo peccatori, non degni di entrare in chiesa, di partecipare alle cose di Dio? Il problema del fratello maggiore non è che faceva cose buone, ma come le faceva; egli si comportava bene solo per sentirsi migliore degli altri, non sapeva stare con gli altri se non con criteri moralizzanti. Perciò faceva il bene in modo funzionale al suo egoismo, non aveva capito né la bontà del padre, né la difficoltà del fratello: faceva il bene perché si doveva fare, senza sentirlo, senza capirlo, senza viverlo. Arrivava al punto da non riconoscersi fratello dell'altro, tanto che si rivolse al padre dicendo: "questo tuo figlio" e non voleva entrare a festeggiare con il padre, nella sua pretesa di essere giusto. Papa Francesco ha detto che questa parabola che ha un finale, perché siamo noi a scriverne il finale, scegliendo se entrare o restare fuori dalla casa del Padre. Oggi possiamo anche chiederci se vogliamo restare nella Chiesa alla maniera di Gesù o trasformarla in altro; un luogo di fratelli e sorelle amati dal padre o solo un luogo di socialità umana? «Questa è davvero la parabola dell'amore frustrato di quel padre che ha amato fino alla fine (cf. Gv 13,1), totalmente, gratuitamente, e che invece è apparso un padre-padrone in virtù delle proiezioni che entrambi i figli hanno fatto su di lui. Capita sempre così quando il Padre è Dio, sul quale proiettiamo le nostre immagini; capita così a volte anche nei rapporti tra i padri e i figli di questo mondo. L'unica differenza è che l'amore di Dio è preveniente, sempre in atto, mai contraddetto, fedele e misericordioso, il nostro invece... Per il fratello maggiore resta il compito di non dire più al padre: "questo tuo figlio", bensì: "questo mio fratello". È un compito che ci attende tutti, ogni giorno. Affermare che l'uomo è figlio di Dio è facile, e tutti gli uomini religiosi lo fanno, perché hanno cara la teologia ortodossa. È invece più faticoso dire che l'uomo è "mio fratello", ma è esattamente questo il compito che ci attende. Dio, il Padre, resta fuori dalla festa, accanto a ciascuno di noi, e ci prega: "Di' che l'uomo è tuo fratello, e allora potremo entrare e fare festa insieme"» (Enzo Bianchi). |