Omelia (06-03-2026)
Missionari della Via


I capi dei sacerdoti e i farisei compresero che Gesù parlava proprio di loro. La parabola li aveva trafitti, smascherati. La reazione fu rabbiosa: cercarono di catturare Gesù; si fermarono solo per timore della folla, che lo riconosceva come profeta. I farisei non possono fraintendere: comprendono chiaramente che la parabola parla di Israele, di quel popolo che ha respinto i profeti e ora rifiuta anche Gesù. Infatti, ciò che la parabola annuncia si compirà: Gesù sarà scartato, perseguitato, messo ai margini come un rifiuto.
È evidente che quella parabola dai farisei presenti non fu solo ascoltata: fu sentita, penetrò nel cuore, disturbò. Come accade anche a noi, quando qualcuno ci racconta la nostra storia da un'angolazione che non avevamo considerato, quando ci viene detto che la nostra presunta giustizia è forse solo una maschera, e che il primo segno della nostra cecità è proprio il non saper leggere la realtà nell'ottica di Dio. I farisei, come noi, non sono turbati da un'idea astratta ma da una verità incarnata. La verità di Dio, quando ci tocca davvero, ci mette in crisi, ci costringe a scegliere se accoglierla o combatterla.
Ma chi sono i profeti che dovremmo accogliere e non rifiutare? Il profeta è un uomo interiormente diviso: da una parte vive pienamente la realtà del suo popolo, lo conosce, ne condivide le cadute, l'allontanamento da Dio, il senso di smarrimento e il tradimento dell'Alleanza; dall'altra è colui che dialoga con Dio, ne accoglie la Parola e la trasmette, incarnando fino in fondo la preoccupazione amorosa di Dio per il suo popolo. Per questo il profeta è una figura che sta sulla soglia, è sospeso tra la terra e il cielo, tra la solidarietà con l'umano e l'intimità con il divino. Perciò spesso viene isolato ed è segnato da una solitudine profonda.
Oggi questa parabola ci interpella, ci invita ad accogliere la profezia della Parola di Dio che si incarna nella nostra storia, senza generare scarti, anche nella Chiesa. Ciascuno di noi ha il ricordo di qualche profeta scartato e di sistemi farisaici che si fanno prepotenza. I contadini del Vangelo invece di curare la vigna se ne erano impadroniti, partendo da una menzogna originaria: io sono meglio di tutti e questo vigneto è un mio possesso.
Possiamo dirla in altri termini. Metti in gioco un uomo che coltiva menzogna nel suo cuore, e presto vedrai crescere attorno a lui un esercito di imitatori. Non solo lo seguiranno: lo sosterranno, lo useranno, lo difenderanno per convenienza, per tornaconto, per sete di potere. Così, attorno alla menzogna si costruisce un sistema: una rete di complicità che si nutre di inganno e si consolida nell'interesse.
La verità viene marginalizzata, mentre la menzogna si fa strategia, linguaggio, struttura. E ciò che nasce non è solo un individuo che mente, ma una compagine che vive della menzogna come forma di potere. Guardiamo il nostro cuore: creiamo sistemi che generano scarto nella nostra famiglia, al lavoro, nelle nostre comunità, o stiamo attenti alla profezia che attraversa la storia? Non solo: noi vogliamo essere profeti del regno dei cieli, vivendo lo stile di Cristo? Ci basterebbe un frammento della lucidità dei farisei: riconoscere che questa parabola parla anche di noi, che ci riguarda, che ci chiama. E che, se la ascoltiamo davvero, può trasformarci.

«C'è una sapienza da raggiungere e da vivere che passa attraverso scelte perdenti secondo una logica mondana, che non recano guadagni in termini di rilevanza sociale o di potere economico, ma che garantiscono la fedeltà al Vangelo. Fuori da questa sapienza non c'è più la buona notizia, non c'è più nemmeno il Signore: solo un gruppo di persone litigiose, alla deriva, schiave delle proprie ambizioni, delle rivalità che li consumano, delle paure che li paralizzano. La chiesa di ogni epoca non può non tenerne conto. Conosco un vescovo che di fronte a scandali o a situazioni critiche nella sua Diocesi era solito dire: "Queste cose non devono succedere!", e forse in questo modo pensava di avere risolto la questione. Il problema è che accadono, molto più di quello che si possa pensare. La tentazione del potere - tanto più se esercitato senza responsabilità - è tentazione della chiesa di sempre» (Kurt Appel).