| Omelia (04-03-2026) |
| Missionari della Via |
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La ricerca della gloria è insita nell'umano, che cerca il suo valore nelle cose e anche nelle relazioni. Quella che chiamiamo ambizione è un aspetto positivo della vita, che ci spinge a puntare in alto. Ma ciò che è messo in discussione da Gesù è la modalità di intendere il prestigio. Nei contesti in cui viviamo è usuale il dominio sulle persone e le cose, che genera oppressione. Non dobbiamo pensare che tutto ciò è solo materia dei potenti; nelle nostre case si alza la voce per dominare, nelle nostre relazioni ci può capitare di attuare una presa di potere dell'uno sull'altro, così come accade nei posti di lavoro nei quali si possono creare situazioni di sfruttamento. Succede anche nei nostri ambienti ecclesiali dove, a volte, si verificano situazioni poco edificanti. Ci sono persone che frequentano la parrocchia, l'oratorio o altri ambienti religiosi non per una vera convinzione di fede ma per motivi personali o relazionali che non hanno molto a che vedere con il messaggio cristiano. Una volta inseriti in questi contesti, tendono a creare tensioni: trovano qualcuno da contrastare, si scontrano con altri fedeli, si sentono possessori di luoghi, dominatori tramite incarichi acquisiti. Quando parlano, anche tra i pochi con cui si relazionano, si lamentano spesso del parroco, del vescovo, delle liturgie, degli oggetti sacri, di quello e dell'altro, pervade una modalità che niente ha a che fare con il servizio, oppure è lo stesso "servizio" al quale sono abituati nella loro vita: tentare di affermarsi. È proprio nel nostro quotidiano che emergono dinamiche di potere, situazioni in cui si tenta in tutti i modi di sentirsi migliori, di sgomitare! Anche fra i parenti si riconosce come migliore colui che ha più ascendente o è più benestante o con un lavoro più stabile, così come per un figlio ci si indebita e si cerca la raccomandazione, affinché si sistemi, proprio come fa la mamma del Vangelo di oggi. E ancora: quanti si presentano con titoli ad accompagnare il proprio nome, quanti sono sempre a misurare le loro capacità, a parlare dei propri beni, a ingrandire le loro imprese o ad ostentare la propria estetica, a cercare palcoscenici a imporre il loro potere raccomandando gli altri. Questo atteggiamento non è casuale: è il segnale di un bisogno interiore di essere approvati. È Gesù dice di non soffocare questo desiderio ma ci insegna la grazia del servizio senza utile, che ci rende in grado di legarci a dei valori alti, che ci rendono maturi ed equilibrati. La vita concreta di molti cristiani autentici ci insegna che è possibile contrastare la mentalità del potere abusante. Come? Educandoci alla verità. Solo così possiamo costruire comunità più autentiche e relazioni più sane. Soprattutto nella comunità cristiana, ma anche nella società nella quale viviamo, la prima domanda da porre è: vogliamo seguire Gesù? Gesù è stato chiaro: nel mondo ci si comporta così, per chi lo segue invece funziona in un altro modo; noi cosa vogliamo fare? «La ricerca del prestigio personale può diventare una malattia dello spirito, mascherandosi perfino dietro a buone intenzioni; ad esempio quando, dietro al bene che facciamo e predichiamo, cerchiamo in realtà solo noi stessi e la nostra affermazione, cioè andare avanti noi, arrampicarci e questo anche nella Chiesa lo vediamo... Quante volte, noi cristiani, che dovremmo essere i servitori, cerchiamo di arrampicarci, di andare avanti [...] Dio è amore e l'amore è umile, non si innalza, ma scende in basso, come la pioggia che cade sulla terra e porta vita. Ma come fare a mettersi nella stessa direzione di Gesù, a passare dall'emergere all'immergerci, dalla mentalità del prestigio, quella mondana a quella del servizio, quella cristiana? Serve impegno, ma non basta. Da soli è difficile, per non dire impossibile, però abbiamo dentro una forza che ci aiuta. È quella del Battesimo, di quell'immersione in Gesù che tutti noi abbiamo già ricevuto per grazia e che ci direziona, ci spinge a seguirlo, a non cercare il nostro interesse ma a metterci al servizio» (Papa Francesco, Angelus, 17/10/2021). «La mondanità spirituale è il pericolo più grande per la Chiesa - per noi, che siamo Chiesa - la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché tutte le altre sono vinte, alimentata anzi da queste vittorie[..] Nessuno di noi è totalmente sicuro da questo male. Un umanesimo sottile, avversario di Dio Vivente, e, segretamente, non meno nemico dell'uomo, può insinuarsi in noi attraverso mille vie tortuose. La "curvitas" originale non è mai in noi definitivamente raddrizzata. Il "peccato contro lo Spirito" è sempre possibile» (Henry De Lubac). |