Omelia (03-03-2026)
Missionari della Via


L'apparenza può avvolgere ogni cosa nell'uomo: gesti, parole, intenzioni. Gli scribi e i farisei, pur dichiarandosi servitori di Dio, finivano per legare alla loro vocazione un tornaconto. La loro immagine pubblica, il prestigio sociale, il desiderio di essere riconosciuti e rispettati, prendevano il sopravvento. Così, invece di servire Dio, si servivano di Lui per garantirsi una posizione, un nome, una dignità. Anche oggi, non siamo immuni da questa dinamica. I "farisei dei nostri giorni" si riconoscono da certi atteggiamenti: allargano i loro filatteri, cioè ostentano devozione, si contendono i primi posti, cercano l'ammirazione degli altri e della folla. Amano essere salutati, chiamati "maestri", celebrati come sacerdoti carismatici o anticonformisti o cristiani modello. Ma agli occhi di Dio, l'esteriorità è vuota, priva di valore. Quando tra noi sfilano figure religiose, vescovi, sacerdoti, parrocchiani, suore, volontari, che usano Dio per sistemarsi, che dicono sì a tutti per convenienza o che trafficano in cose mondane per farsi una posizione, che si sentono più vicini a Dio per il ruolo che ricoprono o si credono indispensabili, allora è segno che dobbiamo risvegliare il discernimento. Rischiamo, infatti, di non riconoscere se Dio sta davvero operando, o se siamo noi a muovere le cose secondo logiche mondane. Anche nelle nostre chiese ci possono essere farisei e scribi. Pensiamo a quanti "esteti del sacro" che vengono acclamati, ma ci si dimentica che Gesù non ha mai chiamato i suoi a diventare prìncipi: ha parlato di servi, di testimoni. Il discernimento che deve regnare nelle nostre comunità non nasce dal consenso sociale ma da una vita spirituale autentica, si basa su un criterio che non si piega alla mentalità del mondo: la Parola di Dio. È la coerenza con la Parola di Dio che ci dice cristiani, non il "fare cose", l'"apparire". Non dimentichiamolo: lo spirito farisaico non è solo "là fuori". È dentro di noi. Anche noi possiamo diventare farisei, lontani da Dio e dagli uomini, capaci di usare entrambi per i nostri scopi. Proprio per questo, il cammino di fede richiede verità, umiltà e vigilanza. Uno sguardo non mondano, che abbracci chiese, conventi, famiglie e Diocesi: là dove Dio è al primo posto, e non la custodia di piccoli o grandi poteri.

«Cattolico è dunque chi si ricorda che i [preti] cardinali e i vescovi sono creature fallibili. Eretico chi mostra per loro un rispetto che travalica i confini del nostro Credo. [...] Com'è tragico e ingiusto che un pastore sia rimasto indietro alle pecore! E come potremo non reagire a questo fatto assurdo? Il rispetto? Tacere non è rispetto. [...] Un prigioniero bisogna aiutarlo e liberalo, e tanto più quando è prigioniero nostro padre» (don Lorenzo Milani).