| Omelia (01-03-2026) |
| diac. Vito Calella |
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Far risplendere la vita e l'incorruttibilità attraverso il Vangelo sofferto Abramo «ascoltò» la chiamata divina e obbedì Nella prima lettura di questa seconda domenica di Quaresima, abbiamo l'opportunità di custodire in noi il racconto della vocazione di Abramo (cfr. Gen 12,1-4). Contempliamo la testimonianza della sua fede, poiché «ascoltò» la Parola di Dio, avendo come àncora di speranza la benedizione di possedere una «terra che Dio gli avrebbe mostrato» e una discendenza che avrebbe garantito «una grande nazione», da lui e da sua moglie Sara. La voce proveniente dalla nube luminosa ci invita ad «ascoltare il Figlio amato di Dio Padre». Il racconto evangelico della trasfigurazione di questa domenica si conclude con la voce di Dio Padre, che, dalla nube luminosa, ripete le stesse parole proclamate il giorno del battesimo di Gesù, aggiungendo l'invito a fare la stessa scelta di Abramo: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 4,5b). Abramo e Gesù «ascoltarono» la voce divina, e la loro vita non fu una passeggiata! Abramo «ascoltò» e agì come la voce divina gli indicava; ma la sua vita non fu una passeggiata senza prove e sofferenze. Gesù, fin dall'età di dodici anni, ascoltò e «stava nelle cose del Padre» (cfr. Lc 2,49). Avendo fatto dell'obbedienza alla volontà di Dio Padre la sua scelta fondamentale, la sua missione non fu una passeggiata. Gesù aveva già annunciato per la prima volta la sua passione, morte e risurrezione, che avrebbero avuto luogo a Gerusalemme (cfr. Mt 16,21). Pietro, gli apostoli, i discepoli e noi: la sfida di accettare il sacrificio! Pietro si rifiutò categoricamente di accettare quell'annuncio di morte violenta e fu duramente rimproverato da Gesù, che gli disse: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23). I dodici apostoli e i discepoli, seguendo le orme di Gesù, non avrebbero fatto una passeggiata, ma una vita piena di sacrifici e sofferenze, per sperimentare la vera felicità e raggiungere la vita eterna. La voce dalla nube luminosa, che indicava Gesù come il Figlio amato di Dio Padre nella sua missione di servo sofferente, chiedeva loro di ascoltare e accogliere le parole di Gesù pronunciate prima dell'evento della sua trasfigurazione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà». e chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti, che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mt 16,24b-26a). Siamo pronti a «soffrire per il Vangelo, con la forza di Dio»? I discepoli di Gesù dovevano essere disposti e pronti a partire, come Abramo e come Gesù, disposti a «soffrire per il Vangelo, rafforzati dalla potenza di Dio» (2Tm 1,8b). La prima àncora di speranza di Abramo era stata la promessa di possedere una terra. L' àncoradi speranza per i discepoli di Gesù, disposti ad affrontare le sofferenze a causa del Vangelo, che è la realizzazione del Regno di Dio Padre, un regno di giustizia e di pace, è sentirsi avvolti «dalla nube luminosa» (Mt 17,5a) dello Spirito Santo, che è la stessa «ombra dell'Altissimo che coprì Maria» dopo il suo "sì" all'annuncio dell'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (cfr. Lc 1,35). La nostra àncora di speranza, come cristiani, è il tesoro in vasi di creta dello Spirito Santo, nella fragilità del tempio del nostro corpo (cfr 2 Cor 4,7). Se per Abramo la seconda àncora di speranza fu la promessa di una discendenza che gli avrebbe dato un popolo numeroso, noi cristiani sappiamo che, grazie al dono dello Spirito Santo riversato nel cuore di tutta l'umanità da Cristo, morto in croce e risorto, siamo tutti figli adottivi, figli amati di Dio Padre, chiamati alla fratellanza universale (cfr Gal 4,4-7 e Rm 8,14-17). Cosa significa dunque per noi ascoltare, nella seconda domenica di Quaresima, il racconto della Trasfigurazione di Gesù? Gesù rivelò in anticipo ai tre apostoli scelti la gloria della risurrezione, che dà il senso della salvezza alla sua morte in croce. Ma cosa significa per noi ascoltare, oggi, il racconto della Trasfigurazione di Gesù? La risposta si trova nel brano di 2Tm 1,9b-10: «Questa grazia ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'incorruttibilità per mezzo del Vangelo». La Trasfigurazione, per noi oggi, significa far risplendere la vita e l'incorruttibilità attraverso il Vangelo. Far risplendere la vita attraverso il Vangelo L'evento della Trasfigurazione ci spinge a lottare per la vita piena di tutte le persone e per il rispetto di tutte le creature della nostra casa comune, accettando di affrontare le sfide dell'andare controcorrente rispetto alla cultura dominante dell'individualismo, del consumismo, dell'attaccamento al denaro e dell'affidamento alla tecnologia più avanzata, perché il nostro impegno sociale per la pace, la giustizia, la vita e l'ecologia integrale è parte integrante della nostra vita cristiana. L'evento della trasfigurazione ci spinge a testimoniare la carità nelle nostre relazioni umane, compiendo con coraggio l'opzione preferenziale per i più poveri, specialmente per coloro la cui dignità di figli amati di Dio è sfigurata dalla miseria spirituale dei peccati, dei vizi, da una vita schiavizzata da istinti, sentimenti e pensieri egoistici, e dalla miseria materiale della mancanza di terra, lavoro e casa. L'evento della trasfigurazione ci invita a confidare nel potere di trasformazione, rinnovamento e conversione che lo Spirito Santo può realizzare efficacemente nelle nostre vite e in quelle di tutti i poveri e i sofferenti, soprattutto quando le tenebre dell'egoismo e dell'ingiustizia cercano di spegnere la fiamma viva dell'amore gratuito nelle anime delle persone, soffocando il dono dello Spirito Santo, che geme e soffre in loro con gemiti ineffabili. La forza di credere che la realizzazione del Regno di Dio Padre è possibile nella storia dell'umanità, che la nostra conversione e la trasformazione di un'esperienza di vita fallimentare in un'opportunità di vita nuova sono possibili, ci è data perché lo Spirito Santo, dentro di noi, ci rende capaci di perseverare nell'atteggiamento di «ascolto» orante e appassionato della Parola di Dio. Per questo, accogliamo il desiderio dell'apostolo Pietro e vogliamo fare «tre tende, una per Mosè, una per Elia e una per Gesù» (Mt 17,4). La Parola di Dio, centrata in Cristo, faccia dimora in noi e tra di noi! Far risplendere l'incorruttibilità attraverso il Vangelo In questo tempo, dominato dal rapporto individuale con il proprio cellulare, ci rendiamo conto di quanto sia sempre più difficile coltivare relazioni di fiducia e intimità con le poche persone con cui possiamo veramente condividere tutto ciò che accade nella nostra vita, sperimentando la grazia meravigliosa della vera comunione, che non si corrode ed è immortale. La scelta di Gesù di portare con sé solo tre dei dodici apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, ci invita a celebrare quelle amicizie sincere e vere che ci permettono di intuire la bellezza dell'immortalità. Essa consiste nel coltivare la comunione nelle nostre relazioni umane, riflesso della relazione che unisce eternamente il Padre al Figlio grazie alla gratuità dell'amore divino che è lo Spirito Santo. Il Salmo di questa domenica ci dice che «Il Signore si volge a coloro che lo temono e confidano nel suo amore, per liberare la loro vita dalla morte e per sostentarli in tempo di fame» (Sal 32,18-19). Chiediamo al Signore di liberarci dalla morte dell'individualismo e dell'isolamento, e di farci sperimentare l'immortalità dell'unità nella carità, sostenuti dalla comunione con il corpo e il sangue di Cristo, perché abbiamo deciso di «sperare nel Signore, sapendo che Lui solo è il nostro aiuto e il nostro scudo» (Sal 32,20). Continuiamo perciò a invocare lo Spirito Santo, garanzia di autentiche relazioni di comunione: «Sia su di noi la tua grazia, Signore, come in te speriamo!» (Sal 32,22). |