Omelia (22-02-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Fra prove e tentazioni, vince l'umiltà

Abbiamo cominciato il nostro percorso di quaresima Mercoledi scorso con l'umiltà, contrassegnata dall'imposizione delle ceneri. Da persone in via di conversione, che ammettono la loro piccolezza davanti a Dio e riconoscono il proprio peccato, adesso siamo incentivati a coltivare la medesima virtù di umiltà aspirando all'obiettivo della comunione con Dio, che si manifesta nella carità. Tale è l'obiettivo di quaresima. Essere umili conduce alla conversione a Dio e questa alla carità sincera e operosa. Come qualsiasi opera nobile non è esente da rischi (S. Ignazio), neppure il cammino di conversione esclude le intemperie e le difficoltà, anche se prevede ricche soddisfazioni. Esso è pur sempre un itinerario lungo e non esente da insidie, ostacoli e impedimenti. Chi intende perseguire una meta di perfezione spirituale conosce avversioni, prove, sfide e tentazioni. Queste sono all'ordine del giorno nella nostra coerenza di fedeltà a Dio e alla particolare vocazione che ha impostato su ciascuno di noi: prove e tentazioni vanno messe sempre nel bilancio. La prova è sempre appannaggio di Dio. Non che lui si diverta a tormentarci con continue difficoltà e tribolazioni, ma permette, concede, che siamo provati ciascuno secondo le proprie forze e possibilità, ai fini di edificarci, elevarci, formarci nella virtù per consolidarci nella fede mantenendoci nell'umiltà. E' il caso di una malattia, di una visita spiacevole, un insuccesso immeritato: Dio non lo vuole,, ma lo permette perché dalla negatività si possa trarre fortificazione, maturazione e ogni altro vantaggio che consente la trasformazione della nostra fede da teoria a prassi vissuta.
La tentazione è invece un incentivo verso il male, uno sprone a deviare dal processo di conversione suddetto e di conseguenza un'istigazione al peccato. Essa non può provenire da Dio, ma è opera del Maligno che sfrutta quell'inclinazione cattiva che si chiama concupiscienza. La tentazione, che è appannaggio dell'antico avversario, rientra anch'essa nel computo della vita spirituale e va considerata sempre in agguato: "Figlio, se servi il Signore, preparati alla tentazione"(Sir 2, 1). Potremmo dire che nel famoso episodio della coltura del frutto proibito vi sia stata sia una prova che Dio permise, collocando l'albero incriminato proprio al centro della terra, in modo visibile e appetibile, quindi in modo da saggiare la curiosità e la prudenza di Adamo ed Eva. Essa fu seguita dalla tentazione allettante del maligno di "essere come Dio". I due nostri progenitori non superarono la prova di attenzione e circospezione; arbitrariamente usufruirono della loro libertà e caddero nella tentazione. E cosi, come afferma Paolo, per colpa di un solo uomo è entrata la corruzione e il peccato nel mondo e con il peccato la morte (Rm 5, 12).
Nell'uomo di tutti i tempi, specialmente poi ai nostri giorni, è persistita la tendenza alla debolezza nella prova e alberga la concupiscienza che induce a peccare, insomma facilmente la nostra natura soccombe alle prove e cede alle tentazioni. Eppure Dio non manda mai una prova né permette al maligno di tentarci oltremisura, ma assieme alla sfida da anche all'uomo la capacità e le forze per venirne fuori (1Cor 10, 13). Non vi sono difficoltà che l'uomo non sia in grado di superare né ostacoli insormontabili nel suo cammino di perfezione spirituale, essendovi peraltro anche i mezzi di grazia con i quali Dio ci accompagna: la preghiera, il digiuno con le varie mortificazioni corporali, la carità. Tutti elementi che costituiscono le armi per essere invincibili nella lotta e dei quali hanno fatto esperienza anacoreti e Padri del Deserto, come pure tanti altre figure insigni in santità. E ne ha fatto esperienza lo stesso Signore Gesù Cristo, che Paolo chiama il nuovo Adamo perché restauratore dell'umanità decaduta e nella misura in cui il primo uomo, fatto di terra, aveva causato la dispersione di tutto il genere umano, così Cristo ne è stato il ripristinatore poiché in lui non vi era peccato. Ma soprattutto perché egli stesso non ha ricusato di sottomettersi alle allettanti insidie del maligno, in una situazione di abbandono e di precarietà quale era quella del deserto. Luogo di solitudine, di assenza e di provazione, dove nulla è garantito e tutte le certezze sono sottratte, il deserto è il luogo privilegiato per il diavolo e per la sua opera contro Dio. Non per niente si dirà nella spiritualità monastica che lee falde sabbiose e le dune sono in luogo in cui si aggirano gli spiriti maligni per cercare una preda nelle anime spiritualmente impegnate. Gesù vi ha vissuto per l'emblematico tempo di quaranta giorni e quaranta notti, un considerevole periodo imprecisato di inquietudine, di lotta e di sopportazione per le innumerevoli prove che vi si verificavano. Oltre che un luogo il deserto era per lui una condizione nella quale era facile cedere alle tentazioni del maligno.
Gesù, che dopo manifesterà la sua superiorità sul principe delle tenebre negli esorcismi e nei moniti sugli indemoniati, adesso affronta come missione quella che per taluni potrebbe risultare una sfida. Tiene testa al suo avversario non ricorrendo alla sua legittima autorità di Figlio di Dio, ma ricorrendo alla Scrittura che questi intanto sta stravolgendo nei suoi propositi di inganno e di seduzione. E vince la sfida. Matteo dice che conclude con l'affermazione: "Vattene Satana". Essa è simile a quella che proferirà poi a Pietro quando questi tenterà di distoglierlo dal cammino verso Gerusalemme: "Vai dietro a me Satana"; e infatti proprio allora comincerà a manifestarsi un po per volta il momento propizio del maligno che tornerà ad avere potere su di lui perché desista dalla croce redentrice. Quello per lui sarà un nuovo deserto, nel quale la presenza del maligno sarà ancora più sconsolante e più deprimente, perché non sarà solo contro il maligno, ma sarà solo contro contro tutti coloro dei quali il maligno avrà conquistato l'animo, primo fra tutti Giuda.
L'episodio delle tentazioni non può non condurci a riflettere sul fatto che da parte nostra si trovano spesso gratuiti pretesti per giustificare la nostra indolenza o la nostra freddezza nell'ammettere i nostri peccati o per legittimare la caduta nelle tentazioni. Si suole osservare che "io non sono Dio"; "Sono sempre un uomo, peccatore", come se questo bastasse a scagionarci. Il nostro Dio non ha forse vissuto la tentazione sulla propria pelle da vero Dio e vero Uomo? Piuttosto non si dovrebbe prendere la tentazione sottogamba o ridicolizzarne il concetto quando si è comunemente tentati di parlarne a proposito della propaganda, della gola o delle mode; occorre invece saperne individuare i luoghi e le occasioni, vigilare soprattutto sulla nostra volontà poiché essa vince proprio quando siamo pigri e inerti, e soprattutto occorre saperla combattere sin dall'inizio, prevenendola quando ancora sia ben dominabile (Imitazione di Cristo).
Essere tentati è proprio di tutti, ma tutti si può vincere quando alla base c'è la predetta umiltà. Con questa virtù essenziale si hanno tutte le prerogative per l'esercizio dell'orazione e delle risorse spirituali che ci sostengono nella lotta contro il male. L'umiltà è il riconoscimento che ogni forza ci proviene da Dio, il che incoraggia la preghiera, la meditazione e dischiude alla carità con cui è possibile mettere in fuga l'avversario.