| Omelia (22-02-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Le tentazioni, luogo dello Spirito Nessun luogo preciso, nessun tempo esatto, fuori dal tempo e dallo spazio: le tentazioni non sono state un episodio puntuale, ma la scena costante nella vita di Gesù. Un qualcosa avvenuto sempre, che sempre accade. Dall'inizio alla fine. Dal mattino del lago di Galilea fino alla notte degli Ulivi. Avvengono nel silenzio di un deserto. «Midbar», «Min-Dabar», «senza parola» è pronunciato il deserto nella lingua ebraica, luogo dove la parola è assente. Nessuna presenza, nessun muro da cui il suono possa ritornare a noi. Unicamente vento, solitudine e silenzio. Dove stare unicamente a contatto con noi stessi. Non facile, ostile è il deserto. Il deserto dei non luoghi, quel silenzio angosciante che mi assale nei locali dove sono presenti i giochi d'azzardo. La violenza avviene sempre in silenzio. Il potere agisce in silenzio. Dove è inghiottita ogni parola umana, il silenzio feroce. Avvengono nel rumore di una città, tra negozi e aperitivi, tra contraddizioni ed esasperazioni, dove ci si rintana sempre più da soli. Non facile, piena di dolce vita idolatrata, è la città. La città che mi abbaglia con una copertina patinata; che mi seduce, mi lusinga, e poi mi lascia ancora più solo, più vuoto. Avvengono dalle vertigini di un monte altissimo: sempre più in alto, sempre più profitto, sempre più voracità, sempre di più, una linea crescente. Un'asticella di prestazioni che rende tutti noi ancora più schiavi. Ottimi, dimenticandoci così del bene. Il pericolo è perdersi e sfracellarsi da quel monte, da quell'asticella sempre più alta, da quella sfida sempre più disumana. Avvengono per opera dello Spirito: è lo Spirito che conduce fuori, è lo Spirito che espone al dubbio, alla prova. Le tentazioni sono esperienza spirituale. Scriveva don Tonino Bello: «La parrocchia non è il luogo dove una bella liturgia ti fa dimenticare i problemi della vita. La parrocchia deve essere luogo pericoloso dove si fa memoria eversiva della Parola di Dio». Avvengono dopo quaranta giorni, trafitti dai morsi della fame. È quando siamo stanchi, quando siamo nella malattia, quando abbiamo abbassato le difese, quando sentiamo pulsare la ferita, quando siamo più deboli, che siamo tentati. Il mio parroco mi ripeteva spesso un detto di sapienza popolare: «Pensavo di avere tanta fede, avevo invece solamente tanta salute». Ecco, la fede inizia nella tempesta, non nel mare calmo. La fede parte da un fallimento, non da un successo. La fede germina dove ci lasciamo ferire, non quando siamo ben corazzati. La tentazione è luogo che ha a che fare con la preghiera e la fede. Dunque, non pregherò il Signore che mi tolga dalle tentazioni, ma che le possa abitare come Lui le ha abitate. «Quando prego mi distraggo tantissimo», mi sento ripetere in confessionale. Significa che stiamo pregando. Ci rendiamo conto di essere divorati dalle distrazioni: significa che torniamo ad essere presenti. Che il corpo sta pregando, e questo basta. Che Dio mi sta sussurrando qualcosa in quella distrazione cui ho attaccato il cuore. Avvengono volto a volto, Gesù e il diavolo. Il grande Divisore, il grande Inquisitore. Il diavolo è al plurale, è confusione, è tutto ciò che divide, tutto ciò che lacera, tutto ciò che deforma ed esaspera. Lo immagino come infinite maschere, lo avverto quando il cuore è diviso, quando deforma e stravolge, tutti e tutto. Avvengono sulle questioni vitali, sulla nostra fame, sulle nostre scelte di stare al mondo, sulla nostra spiritualità. Toccano l'essenziale delle nostre corde: la nostra economia, la nostra identità, le nostre relazioni, il nostro piccolo fazzoletto di potere. Possiamo difenderci dicendo che siamo immuni dalla fame, dal potere, dall'idolo, ma tutti noi abbiamo a che fare ogni giorno con le tentazioni, fosse anche il potere quotidiano di un fornello in cucina. Vertono su un'unica questione, sull'identità: «Se tu sei figlio di Dio». Declinata all'infinito: se tu sei madre, se tu sei padre, se tu sei donna, se tu sei uomo, se tu sei insegnante, se tu sei prete. Se tu sei. Stanno sulle nostre labbra le stesse parole del Grande Inquisitore, quando vogliamo ferire, sminuire, deformare, difenderci, a scapito del fratello. Ringrazio il Signore per come le ha vissute: le ha abitate fino in fondo, ne ha fatto un momento di vita, di comunione con tutti noi. Non tutto è fame, non tutto è questione di potere, non tutto è tirare per la giacchetta Dio. Lui ha continuato ad essere chi è, senza se e senza ma, fermo, stabile. Non per dimostrare, ma per amare. Figlio, figlio di Dio. |