| Omelia (27-02-2026) |
| Missionari della Via |
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«Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». A leggere queste parole, tutti ci accorgiamo di quanto il nostro cuore sia poco libero per presentarci all'altare con coscienza serena. Quanti, pur volendo trovare la pace, pur volendo vivere nella pace, si ritrovano a fare i conti con la propria storia, con le proprie ferite ricevute nelle relazioni che viviamo o che abbiamo vissuto. Tutto ciò ci rende difficile amare, perdonare, e addirittura fare il primo passo con chi ce l'ha con noi! Ad esempio, uno non ci saluta, è arrabbiato con noi; ecco, noi siamo chiamati ad andare da lui a cercare una riconciliazione, a cercare di capire cosa abbiamo potuto compiere che lo ha ferito, e come ha potuto leggere certe nostre scelte. Tutto ciò è difficile, ma diciamoci la verità: se si ha un rapporto bello con Dio, si sta bene con la gente che abbiamo accanto o comunque si vivono meglio le situazioni più complicate. «Se tu vuoi migliorare i rapporti con gli altri allora migliora anche il tuo rapporto con Dio, e viceversa se vuoi migliorare il tuo rapporto con Dio dedicati anche a migliorare il tuo rapporto con gli altri. Le due dimensioni vanno sempre insieme. E se unisci queste due dimensioni ti verrà fuori una croce. In questo senso Cristo ha rimesso insieme il cielo e la terra, l'amore per Dio e l'amore per il prossimo; l'altare e il volto del fratello» (Luigi M. Epicoco). Credere è sempre questa doppia capacità di amare. Noi siamo chiamati ad amare senza misura, di un amore vero che è più grande del dovere. È amore gratuito che non chiede contraccambio. Amore che fa sempre il primo passo, perché chi più ama fa sempre il primo passo! San Gregorio di Narek "Un giorno una tempesta ti scosse, e le tue acque... lacerate dai fulmini, alzarono uno strano canto, frenetico e armonioso, nobilmente aspro e soavemente terribile... come se fosse intonato dalla tromba di un arcangelo preso dallo spavento e dalla pietà davanti agli orrori dell'inferno aperto. Era l'anima del monaco di Narek che passava su di te" (Ode alla lingua armena, 1908) Le parole che lo scrittore Archag Tchobanian dedica a Gregorio di Narek in questo poema, scritto in uno dei momenti più terribili della storia armena, rivelano il crogiolo dove il monaco forgiò un nuovo verbo teologico profondamente radicato nella tradizione della sua terra. Il 12 aprile 2015, in occasione della sua proclamazione come Dottore della Chiesa, Papa Francesco, ha scritto nel suo Messaggio agli Armeni: "San Gregorio di Narek, monaco del X secolo, più di ogni altro ha saputo esprimere la sensibilità del vostro popolo, dando voce al grido, che diventa preghiera (...) Formidabile interprete dell'animo umano, sembra pronunciare per noi parole profetiche: «Io mi sono volontariamente caricato di tutte le colpe, da quelle del primo padre fino a quelle dell'ultimo dei suoi discendenti, e me ne sono considerato responsabile» (Libro delle Lamentazioni, LXXII). Quanto ci colpisce questo suo sentimento di universale solidarietà! Come ci sentiamo piccoli di fronte alla grandezza delle sue invocazioni: «Ricordati, [Signore,]... di quelli che nella stirpe umana sono nostri nemici, ma per il loro bene: compi in loro perdono e misericordia (...) Non sterminare coloro che mi mordono: trasformali! Estirpa la viziosa condotta terrena e radica quella buona in me e in loro» (ibid., LXXXIII)". |