Omelia (18-02-2026)
don Andrea Varliero
Taccuino per il viaggio

Primo giorno di Quaresima, Mercoledì delle Ceneri. Intraprendiamo oggi un viaggio, un viaggio di quaranta giorni. Sono felice di poter iniziare questo cammino: non è un pellegrinaggio a piedi, purtroppo neanche in bicicletta, eppure è fondamentale, è un viaggio che intraprende una comunità e un cuore interiore.
Come per ogni viaggio, occorre preparare lo zaino. È più quello che devo lasciare a casa, che quello che devo mettere dentro. Uno zaino leggero. Tolgo tutto ciò che è doppio, tutto ciò che è di peso, tutto il superfluo. Questo un po' mi fa paura, sono abituato a mettere dentro una cosa in più, piuttosto che una in meno; che vuoi che sia, non si sa mai. E ricordo la fatica nelle salite in montagna con lo zaino pesante sulle spalle, tutta una zavorra inutile che ha impedito la gioia della velocità. Di leggerezza ed essenzialità preparo lo zaino della Quaresima.
Come per ogni viaggio che non sia un vagabondare, occorre un percorso, una mappa, un obiettivo verso cui dirigersi. Tutte le volte che sono partito senza una direzione, senza una mèta, a casaccio, vi confesso che non è stato un bel viaggio. Ho rischiato di perdermi, di distrarmi continuamente, forte la tentazione a tornare a casa. Ho vagabondato senza gusto, senza stile. Voglio disegnare la mappa dei giorni verso la Pasqua. Desidero camminare di giorno in giorno per arrivare alla Settimana Santa. È un po' la bellezza di vivere la liturgia della vita, di anno in anno. Dicono che la liturgia sia noiosa, che nulla abbia più a narrare all'uomo di oggi, che sia inutile. Anche un viaggio a piedi è inutile, anche un pranzo a festa è inutile, anche un amore è inutile, anche un amico è inutile, anche pregare è inutile: appartengono tutti ad un altro mondo, quello dell'essenziale. Respirerò il ritmo della liturgia, il ritmo essenziale del santuario più bello che è Dio nel tempo. Voglio vivere l'unica cosa, necessaria.
Occorre allenamento per questo viaggio. Non si improvvisa, altrimenti ci si fa del male. Il corpo è affaticato e appesantito dal lungo inverno, da questi mesi plumbei e umidi di tristezza. Lo ascolterò, porterò pazienza con fratello corpo. Gli vorrò bene, ascoltandolo nel desiderio di alleggerirsi, di rimettersi in movimento, di essere felice. Non l'ossessione della dieta, ma il digiuno gradito a Dio: quel digiuno che sa connettersi con il mondo, con gli altri, persino con Dio. È un digiuno che si dischiude al sorriso, che si profuma la testa. Digiuno per ascoltare la mia fame, per entrare in me stesso. Tolgo qualcosa per aggiungere un amico, un gesto di amicizia. Digiuno perché si sgonfi un po' quella parola ingombrante, la parola «io». Digiuno per un «tu».
Quando digiuni, quando preghi, quando fai l'elemosina. È tutto un viaggio, è tutto un rialzarsi, è tutta una sollecitudine: c'è un rapporto con sé stessi, con Dio, con i fratelli e le sorelle, da ripercorrere. Un po' di cenere è il primo passo, il primo elemento, la prima tappa con cui iniziare questo viaggio. Cenere che mi ricorda le lenzuola bianche distese al vento di primavera, disinfettante straordinario è la cenere. Cenere che mi ricorda la vita che è capace di appassionarsi, di bruciare per amore, di riscaldare, la cenere sta nei caminetti al centro delle nostre case. Cenere che, con le sue proprietà chimiche, è un fertilizzante per le piante, che mi chiama a rifiorire. Cenere che mi ricorda che tutto passa, tutto scorre. Cenere sono i sogni andati in fumo, le macerie trovate nelle nostre vite, cenere è tutta la fragilità dei rapporti umani, cenere sono questi pochi giorni in questo mondo. Allora grazie, per la cenere: non mi intristisce, non mi umilia, non mi ricorda che devo morire. Tutt'altro: mi ricorda che devo vivere, mi ridesta un fuoco che stava soffocando sotto la cenere, mi appassiona. Mi riconduce all'essenziale.
E dunque, che cosa devo fare in questa Quaresima? Decidi tu, decidi come la maschera diventi volto, come la forma si conformi alla sostanza, come la ferita possa rimarginarsi, come Dio possa ancora essere di casa nel tuo castello interiore. «La vita è come un castello, un castello di nostra proprietà, al cui interno è la camera da letto dove il Signore, padrone del castello e nostro amante, ci attende. Perché quella camera è anche la nostra camera, la camera d'amore che ci appartiene. Ma noi siamo fuori del castello, alle sue porte, a chiedere l'elemosina, senza comprendere che quel castello è nostro e vi possiamo entrare come e quando vogliamo. Viviamo di carrube fuori del castello, eppure ne siamo i proprietari» (S. Teresa D'Avila). Buon cammino!