| Omelia (18-02-2026) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Polvere e cenere per essere quello che siamo "Abramo riprese e disse: ‘Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere'"(Gen 18, 27). Con queste parole, pronunciate mentre intercede per Sodoma, Abramo riconosce umilmente la sua bassezza e la sua nullità davanti al suo Padre e Creatore, che è il Dio al quale si sta rivolgendo comunque con fiducia. Ammette di essere polvere e cenere, come già Dio aveva ricordato ad Adamo dopo il peccato originale, nel quale aveva tentato di elevarsi anch'egli al livello della divinità (Gen 3, 19): "Sei polvere e polvere dovrai tornare". Questo concetto (e quest'ultima frase) ci viene ricordato oggi, quando la Chiesa ci invita ad iniziare un processo di profondo rinnovamento e di trasformazione interiore in vista della celebrazione della gloria di Pasqua: occorre convertirsi, ma per fare questo è necessario ricordare a noi stessi che siamo appunto "polvere", cioè nulla, insignificanti davanti a Dio. A dire il vero, anche a prescindere dalla fede e dalla spiritualità, l'umiltà è possibile nell'uomo quando questi si mette a confronto con l'intera creazione e con l'universo. Considerando le miriadi di galassie, ciascuna contenenti miliardi di miliardi fra stelle, astri, pianeti e corpi celesti, che cos'è l'uomo di fronte al cosmo? Se già il nostro pianeta è assai insignificante al cospetto dell'infinità dei corpi del solo universo osservabile, l'uomo che vi abita, e che spesso si illude di potersi ergere a posizioni apicali, è in realtà anche molto meno della cenere. Nel nostro stesso ecosistema, trovandoci da soli nel mezzo di un paesaggio allo stato ancora incontaminato e libero da ingerenze antropiche, quale ad esempio una delle radure deserte di alcune zone della Sardegna, o in uno dei canyon dispersi fra le Montagne Rocciose, noi ci si accorge che la natura, quella che tendiamo a sovvertire e a manipolare con artefatti sempre più ingegnosi, in realtà ci sovrasta e ci domina e nulla potremmo contro di essa se non disponessimo di tecnica o di elettronica. L'intelligenza artificiale, che ha già procurato amicizie virtuali sostitutive di umane interazioni e che facilita qualsiasi operazione spesso alimentando la pigrizia e l'indolenza, rischia di rendere l'uomo succube, asservito, impersonale e sempre meno capace di provvedere da sé. Sempre che non si pongano ragionevolmente dei limiti nel nostro disporne, tecnologia e l'intelligenza artificiale, piuttosto che renderci protagonisti, potrebbero farci deperire nella dipendenza compulsiva dai nostri stessi artefatti e proprio questo non può che farci considerare la nostra nullità anche in rapporto al nostro stesso ingegno. L'uomo è nulla messo a raffronto all'immensità genuina del mondo a cui appartiene e quando fa esperienza seria del proprio niente inizia a concepire l'umiltà. L'essere cioè terra, polvere, e di essere destinato un giorno a tornare tale. Oggi però ad invitarci all'umiltà è la fede in un Dio amore, che tuttavia ci rammenta la nostra posizione di piccolezza e di vacuità, affinché possiamo comprendere che solo in Dio vi è davvero la possibilità di elevazione e di salvezza. L'uomo è polvere e cenere soprattutto davanti al suo Creatore ed è conveniente che si riconosca sempre tale. A partire dall'umiltà infatti l'uomo potrà comprendere il suo stato di insufficienza e porvi rimedio innanzitutto con un serio processo di conversione e di mutamento di sé che lo conduca alla scoperta di Dio, del suo amore, della sua misericordia e di conseguenza alla comunione con lui. Da questa scaturisce poi la vera propensione verso i fratelli nella carità trasparente e operosa. La cenere che ci viene posta oggi suo capo è quindi un invito all'umiltà, necessaria per intraprendere un serio processo di mutamento di noi stessi nella mente, nel cuore, nelle convinzioni che ci distolga dalle proposte effimere del mondo per condurci a Dio. Un itinerario alimentato e sorretto dalla preghiera, avvalorata da maggiore concentrazione sulla Scrittura e sulla meditazione personale che motivano e spronano ad innamorarci dell'Amore che ci ha amati lui per primo. La preghiera è il carburante che mette in moto lo spirito perché non si spenga (1Ts 5, 19) ma ci elevi verso il nostro vero obiettivo. Tale processo di umiltà e di trasformazione si chiama conversione, penitenza, l'unico in grado di condurre al vero obiettivo della carità, la quale è amore al prossimo libero e disinteressato che parte dalla consapevolezza di essere stati amati noi stessi da Dio. Associato all'umiltà e alla preghiera, anche il digiuno favorisce l'elevazione dello spirito perché con esso comprendiamo di poter fare a meno del superfluo, dell'innecessario, dell'effimero e liberandocene siamo in grado di elevarci sempre più verso Dio, unico bene necessario. La mortificazione favorisce infatti l'ascesi, cioè l'ascendere spedito e spontaneo verso Colui che ci chiama a sé e intanto ingenera in noi l'attenzione verso il prossimo bisognoso: privarsi del cibo deve comportare che a tale rinuncia corrisponda sempre un'opera di bene, un atto di generosità verso chi è privo del necessario. La cenere è quindi l'elemento primario che ci ispira la consapevolezza di doverci sentire quello che siamo affinché possiamo tornare ad essere davvero noi stessi; ci rammenta il valore dell'umiltà, che è L'umiltà è inostro punto di partenza per realizzazione dell'uomo singolo perché questi sia in grado di costruire la sua società e il mondo a partire da se stesso, rimanendo sempre tale e quale, soggetto libero e dotato di volontà e di intelligenza, ma proprio per questo nella piena comunione con il suo Dio. |