| Omelia (11-02-2026) |
| Missionari della Via |
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Il Vangelo di oggi affronta ancora il tema della purezza. Gesù si rivolge a tutti e invita a comprendere bene, perché noi corriamo a volte il rischio di ascoltare ma non comprendere o non voler comprendere. Si parla di cibo che era vietato mangiare perché impuro e avrebbe resi impuri coloro che ne mangiavano. In fondo anche oggi si cerca di non mangiare un determinato cibo per svariati motivi. Ma una cosa è un problema di salute, altro è un pensare di essere puri e migliori di altri non mangiandone. Chi non mangia carne, chi uova, chi pesce e altro ancora; ma questo basta quando il cuore rimane malato con propositi di male? Sì, proposti di male, perché si comprende un cuore fragile debole nei propositi di bene, ma non si comprende un cuore corrotto che non ha nessun proposito di compiere il bene. Sappiamo che occorre perdonare, ma non lo vogliamo fare perché pensiamo di avere subito gravi torti. Sappiamo di non dover essere maldicenti, ma ci troviamo spesso in situazioni dove è facile parlare dei limiti degli altri e non dei pregi. Sappiamo di non dover essere omicidi e magari non uccidiamo fisicamente, ma quante volte uccidiamo con le parole calunniando chi odiamo. Siamo consapevoli di non uccidere, ma dimentichiamo, come scrive s. Giovanni, che chi non ama il fratello è omicida. Sappiamo che è bene non rubare e magari non lo facciamo, ma non siamo capaci di amare e di fare il bene con i nostri beni. Oggi vogliamo chiedere al Signore che ci dia un cuore nuovo, consapevoli che tutto ciò non accade in maniera improvvisa e miracolosa, ma ci chiede accoglienza della sua grazia e una sana violenza sui nostri cattivi modi di agire. Il peccato non muore di morte naturale! C'era un monaco che viveva da parecchi anni in un monastero: giovane esuberante e facoltoso, aveva lasciato ogni cosa per diventare santo. Prima aveva le mani come l'avorio, ora incallite come le squame dei coccodrilli; prima il suo volto era liscio e rasato, la sua capigliatura lucida di unguenti, la sua toga adorna di fermagli d'argento: ora, tosato come una pecora, portava sotto la tonaca un duro cilicio. Aveva sì domato la carne, ma una passione ancora resisteva tenace: la tendenza ad adirarsi. Se un fratello nel mietere lasciava indietro una spiga, subito gli strappava di mano la falce con gesto iracondo. Se al vicino di stallo sfuggiva una nota falsa nel coro, arrotava i denti e gli allungava una gomitata. Un giorno si presentò all'Abate: "Padre - gli disse - ben vedo che non sono fatto per vivere con i fratelli: trovo in loro continue occasioni di peccato. Io mi figuravo che i monaci fossero tutti perfetti, invece mi sono d'inciampo. Mi ritirerò nel deserto, al di là del fiume. Laggiù, solo con Dio, non avrò più occasione di adirarmi". E trascurando gli ammonimenti dell'Abate, prese con sé una brocca per attingere acqua dal fiume e se ne partì. Sdraiato sulla tiepida arena, dormì il più bel sonno di vita sua. Poi cantò i suoi dodici salmi senza una nota stonata, e pregò con fervore. Com'era quieto e felice in quella solitudine, in quel silenzio! Ora occorreva andare al fiume per attingere acqua. Andò e tornò, salmeggiando quasi come in estasi. Ma - che è che non è - la brocca si rovesciò, e giù tutta l'acqua a correre per l'arena. "Pazienza!" disse il monaco, e rifece la via andata e ritorno, quieto come l'olio, meditando sulla morte. Posò a terra la brocca, e di nuovo quella gli sfuggì di mano. Vi rimase un po' di umidore, ma dentro neppure una goccia. "Maledizione! Cos'è mai questo? Il diavolo mi vuole tentare. Orsù, pazienza!". Trafelato, riprende la via, attinge e fa ritorno. E la brocca rotola a terra una terza volta. "Maledetta sii tu! Vattene al diavolo!". Una pedata furiosa e la brocca va in cento pezzi. Sferra calci ai frantumi, e solleva un polverone di sabbia. Il povero giovane ha capito, e torna piangendo al monastero. "Padre mio, mea culpa!" dice all'Abate. "Ho rotto la brocca a furia di calci: ecco qua i cocci. La causa delle mie collere non è la compagnia dei fratelli: il nemico (e si picchiava il petto) è qui dentro". Il 18 febbraio 1858: delle parole straordinarie Durante la terza apparizione, il 18 febbraio, la Vergine parla per la prima volta: "Ciò che le devo dire, non è necessario scriverlo". Questo significa che Maria vuole entrare, con Bernadette, in una relazione che è propria dell'amore, che si trova al livello del cuore. Bernadette viene quindi subito invitata ad aprire le profondità del suo cuore a questo messaggio d'amore. Alla seconda frase della Vergine: "Vuole avere la grazia di venire qui per quindici giorni?". Bernadette è sconvolta. È la prima volta che qualcuno le si rivolge dandole del "lei". Bernadette, sentendosi così rispettata ed amata, vive l'esperienza di essere lei stessa una persona. Siamo tutti degni agli occhi di Dio perché ciascuno di noi è amato da Lui. Terza frase della Vergine: "Non le prometto di renderla felice in questo mondo ma nell'altro." Quando Gesù, nel Vangelo, ci invita a scoprire il Regno dei cieli, ci invita a scoprire, qui nel nostro mondo, un "altro mondo". Là dove c'è l'Amore, Dio è presente. (https://www.lourdes-france.com/it/). |