| Omelia (08-02-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Sale, luce, croce È minuscolo, insignificante agli occhi, oggi anche di poco valore, calpestabile e quasi banale - tanto ce n'è in natura! - eppure se non ci fosse, la nostra vita sarebbe diversa, perderebbe gusto e sapore. E nell'antichità (quindi anche ai tempi di Gesù) era chiamato l' "oro bianco", da tanto valore che aveva: era una merce di scambio talmente importante che da lui deriva il nome del metodo con cui venivano pagati gli operai, il "salario". Gesù non poteva trovare similitudine migliore di questa per definire i cristiani inseriti nel mondo: essere "sale". Essere coloro che, nel nascondimento ma nella profonda convinzione della propria identità, sanno di poter dare "sapore" alla realtà nella quale quotidianamente si trovano inseriti. Senza esagerare, per non rendere insopportabile la loro presenza, ma anche senza venir meno alla propria missione, evitando di passare per persone inutili, insulse, a cui si può far accettare e pensare tutto, e che possono pure essere calpestate senza dire nulla. Buona parte della società vorrebbe che i cristiani fossero "sale senza sapore" per poter essere "calpestati" e quindi non contaminare con il sapore della loro testimonianza la realtà che li circonda: soprattutto da parte dei potenti di turno, quando chiedono ai cristiani di "tacere", di "avvallare" (se non addirittura di "benedire") tutta una serie di atteggiamenti che essi mettono in atto a loro piacere e in maniera assolutamente arbitraria. Questo avviene perché è noto che i cristiani hanno nel loro "DNA" l'obbligo morale di denunciare qualsiasi ingiustizia, qualsiasi comportamento etico pessimo o quantomeno dubbio, e quindi è giocoforza cercare di zittirli, di "calpestarli", facendo perdere il loro sapore con scelte e trucchetti in cui i cristiani spesso cadono ingenuamente, perché "fatti passare" insieme a piccoli privilegi che hanno le sembianze di segni di stima nei loro confronti. Insomma, ci capita spesso di cadere nel subdolo tranello di lasciarci condurre per il naso dai potenti a cambio di qualche favore che spesso confondiamo come opportunità di promozione del bene comune, ma che in realtà sono gli avanzi, le briciole di ciò che per diritto spetta a ogni uomo. Ecco allora perché non è sufficiente, a detta del Maestro, essere sale della terra attraverso il saporito nascondimento nella quotidianità: essere solo sale della terra ci fa correre il rischio di essere insignificanti, inutili, perché schiacciati dai giochi dei potenti. Occorre qualcosa di più; occorre anche un elemento di forza di fronte al quale l'ingiustizia dei potenti venga smascherata. Occorre essere una luce che aiuti a illuminare le tenebre, nelle quali coloro che ritengono di essere i padroni della terra sguazzano e si muovono a loro agio. Ma cosa ci vuole dire oggi, Gesù, affermando che siamo "la luce del mondo"? Non credo che voglia attribuire alla Chiesa la conduzione della società in nome di una "illuminazione divina" di cui essa si debba sentire depositaria: la luce del mondo che i cristiani sono chiamati ad essere non può coincidere con un "faro" che guida le sorti dell'umanità, anche perché noi siamo "luce" solo in virtù del fatto che rimaniamo vicini a lui, che è la vera fonte della Luce, come Giovanni ci ha ricordato più volte nei mesi scorsi nel prologo del suo Vangelo parlando del Battista: "Non era lui la luce, ma doveva testimoniare la Luce". Il testo di Isaia che abbiamo letto nella prima lettura ci aiuta davvero a capire cosa vuol dire per noi essere "luce". Saremo luce che sorgerà come l'aurora quando divideremo il pane con l'affamato, quando introdurremo in casa i miseri e i senza tetto, quando vestiremo chi è nudo senza trascurare i nostri parenti. Sapremo far brillare fra le tenebre la luce che è in noi quando toglieremo di mezzo a noi l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, quando apriremo il nostro cuore all'affamato e sazieremo l'afflitto di cuore. Essere luce del mondo, allora, non è indicare la strada agli altri piantandoci al centro di essa come un lampione a cui tutti debbano fare riferimento ascoltando i nostri sermoni e le nostre categoriche affermazioni. Essere luce significa praticare la giustizia e fare in modo che a ogni uomo venga fatta giustizia nel rispetto della propria dignità. Ascoltando la Liturgia della Parola di oggi non ci sono dubbi: non siamo chiamati ad annunciare certezze in maniera categorica, rischiando di rendere "immangiabile" il messaggio del Vangelo perché privo di sapore o perché, ancora peggio, eccessivamente salato; né siamo chiamati a diffondere un annuncio del Vangelo che invece di illuminare acceca. Esiste un solo annuncio: la Croce di Cristo, che, come dice Paolo, è un annuncio apparentemente debole ma nel quale si manifesta la grandezza di Dio. E a chi è rivolto l'annuncio della Croce di Cristo che salva, se non a coloro che la croce la vivono quotidianamente? Pensare di annunciare un Vangelo che non parli alla gente dei suoi problemi, delle sue croci e di come poterle superare, significa tornare a fare il gioco di coloro che non solo spengono continuamente la luce della giustizia, ma vorrebbero addirittura farci perdere il sapore del sale, calpestandolo in terra. Grazie a Dio, noi cristiani abbiamo ancora la possibilità di ribellarci ai giochi dei potenti, affidandoci all'unica vera potenza a livello universale: la Croce di Cristo. |