| Omelia (08-02-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Sale e luce. Vivono per gli altri «Voi siete»: non è un dito puntato, un imperativo, «voi dovete essere!», ma è un indicativo, un dato di fatto, siamo quello che siamo. Se siamo al mondo, è per esserci. Non è coniugato al domani, al futuro così incerto, «voi sarete»; né si volge indietro, come una nostalgia del passato, «voi siete stati», ma è un presente, un oggi che mi è dato, occasione quotidiana. Voi siete sale, voi siete luce. Nessuno di noi si è mai sentito guardato così, nessuno di noi ha vissuto uno sguardo così forte posato sui nostri volti. Ci sentiamo sempre in debito, sempre in perdita, con il fiato corto di chi non è mai abbastanza. Oggi, invece, quello sguardo ci indica un presente buono, senza l'ansia dell'ottimo. Oggi, invece, quel volto ci guarda per tutto il bene, tutto il gusto, tutta la luce che siamo in grado di vivere. Ci indica che siamo sale. Sale, non miele: non mielosi, ma il sale della terra. C'è qualcosa di divino nel sale, se lo troviamo presente negli oceani, nella struttura ossea, nella saliva, nelle cellule del corpo, nelle lacrime, nel pane. Un po' di sale tra le nostre mani: è una medicina potente, il sale brucia sulle ferite e le disinfetta, antisettico e cicatrizzante. Il sale ha un valore enorme: non ci sono refrigeratori attorno, tutto è conservato dal sale. Con il sale si pagano i militari e le loro prestazioni, per questo sono sol-dati. Con il sale si misura la ricompensa al proprio lavoro, il salario. Il sale è sapore, sapidità, sapienza. Il sale della terra. Ecco, essere cristiano per me è gustare appieno la vita, assaporarla. Non gli infiniti libri, non tutte le nozioni, non una massa di notizie impossibili da processare, ma il sapore della ricerca, di un incontro, il sapore che fa discernere, che si mette in ascolto. Chiamato a ritrovare il gusto: ridare sale, sapore a quello che vivo, anche alla liturgia della domenica; non una stanca ripetitività, ma un sapore da ricercare sempre. Sono chiamato a dare sapore ai giorni e alla tavola: un rinnovamento nel mio ufficio, un cambio di passo nel dialogo in casa, ritrovare gusto. Il sale della terra, noi. Ci indica che siamo luce. In principio era la luce. Luce, non fari abbaglianti: non luccichii che stordiscono, ma luce serena e gentile, luce ferma. Ci chiede di essere come quel villaggio illuminato in cima al colle. Mi piace tenere accese le stanze di casa la sera, lasciando alzate le serrande: è un po' restituire la luce che ho ricevuto durante il giorno, un piccolo contributo alla città con la mia casa illuminata, una luce che non ha fretta di abbassare gli scuri, di rintanarsi dentro. La luce del mondo, noi. Il sale e la luce hanno qualcosa in comune: non vivono per se stessi, ma per l'altro. Il sale è chiamato a mescolarsi e a perdersi nel cibo, la luce vive solo se riflessa su pareti e volti. Sono tra gli elementi più umili che esistano in natura, per questo essenziali. Non si gonfiano di un ego impossibile, si disperdono e si irradiano con generosità, senza per questo sentirsi né perduti, né feriti nel proprio io. Non si fanno strada a sgomitate, non emergono a discapito degli altri, ma fanno emergere al meglio l'identità dell'altro. Il sale e la luce non sono seduttivi, non vogliono portare tutto a sé, altrimenti risulterebbero tossici, stordenti. Il sale e la luce sono indicativi: indicano e valorizzano, illuminano e valorizzano il sapore più buono dell'altro. I cristiani: luce per il mondo, restituendolo alla sua forma. I cristiani: sale della terra, donando gusto pieno. Quando il buio vuole fare da padrone e assale, teniamo accesa una luce di speranza. Quando siamo tirati a destra e a manca, quando diventiamo insulsi come qualsiasi altra lobby di potere, ricordiamoci del sale. Quando il mondo vive di una quantità impossibile di informazioni e di sovra produzione, ricordiamoci di essere qualità, un po' di sale, una manciata di luce. Il sale della terra e la luce del mondo rendono abitabili, umanizzano gli ambienti vitali; si prendono cura, si appassionano, danno gusto. Il rischio è forte, quello di perdere il sapore, di spegnersi, e allora non servire più a nulla, diventando persino peircolosi. Il rischio di vivere un cristianesimo intimistico, mieloso, per se stessi, dentro le chiuse pareti della coscienza e della propria cerchia, ci fa perdere il sapore. Il rischio indicato da Isaia, di un digiuno ritualistico senza anima, perdendo il gusto del pane spezzato insieme, rende ancora più tenebra il mondo. Sale e luce, noi: «Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto». |