| Omelia (02-02-2026) |
| don Lucio D'Abbraccio |
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La luce che svela il divino nel quotidiano Osserviamo questa scena con occhi nuovi, togliendo quella patina di abitudine che spesso copre le pagine del Vangelo. Oggi vediamo una giovane coppia, Giuseppe e Maria, che entra nel Tempio. Non c'è nulla di straordinario nel loro apparire. Luca ci dice che compiono questo gesto «quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè». È l'obbedienza della gente comune, il rispetto di una prescrizione che ogni famiglia ebrea osservava quaranta giorni dopo la nascita del primogenito. Immaginateli come una coppia di oggi che porta il proprio neonato dal pediatra per la prima visita: nel cuore c'è un misto di trepidazione, gioia e senso di responsabilità. Dio sceglie di entrare nel mondo così: non con effetti speciali, ma nella normalità di una famiglia che fa ciò che deve fare. La loro offerta - «una coppia di tortore o due giovani colombi» - rivela la loro povertà: non possono permettersi un agnello. Eppure, senza saperlo, portano tra le braccia il vero Agnello che sarà offerto per la salvezza del mondo. Ed è qui che nasce un insegnamento potente per noi. Quante volte entriamo in chiesa portandoci dietro la stanchezza della settimana, le bollette da pagare, le incomprensioni in famiglia, la preoccupazione per un esame medico? Non dobbiamo vergognarcene. La festa di oggi - che la tradizione orientale chiama Hypapante (Ὑπαπαντή), "l'Incontro" - ci dice proprio questo: possiamo presentare tutto il nostro vissuto al Signore. San Sofronio di Gerusalemme lo esprime così: «Oggi colui che un tempo donò la Legge a Mosè, si sottomette alla Legge per liberarci». La santità non è fuggire dalla realtà, ma offrire la nostra vita ordinaria sotto lo sguardo di Dio. Nel Tempio avviene l'incontro decisivo. Un anziano, Simeone, si fa largo tra la folla. È «uomo giusto e pio», che «aspettava la consolazione d'Israele». Non è rassegnato: è vigile. Lo Spirito Santo è su di lui e gli ha promesso che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Pensiamo a un genitore che spera nel ritorno di un figlio che ha sbagliato strada, o a chi affronta una malattia senza smettere di credere in un'alba nuova: questa è la fede rocciosa di Simeone. Hypapante significa proprio questo: l'attesa che finalmente abbraccia la Speranza. «Mosso dallo Spirito», Simeone prende il bambino tra le braccia ed esplode nella lode: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Ha davanti solo un bambino fragile, eppure riconosce l'Eterno. Come commenta Origene, Simeone non vede solo con gli occhi della carne, ma con quelli dell'anima illuminata. Ed è proprio questa luce che celebriamo oggi. Gesù è «luce per rivelarti alle genti». Sant'Agostino ci provoca: «Temi che la luce si spenga? Apri il cuore: Cristo non diminuisce illuminando; cresce in te quanto più lo condividi». Ecco perché benediciamo le candele e chiamiamo questa festa Candelora. Le fiammelle che portiamo in processione sono il segno di Cristo che attraversa le nostre tenebre. Pensate a quando in casa salta la corrente durante un temporale: basta una piccola candela per rassicurarci e farci vedere dove mettere i piedi. Così è la fede: non illumina tutto il futuro in un colpo solo, ma dà la luce necessaria per il prossimo passo. Ma, annota l'evangelista, Simeone dice a Maria: «Anche a te una spada trafiggerà l'anima». La luce svela la verità, e a volte la verità fa male. San Basilio Magno ci ricorda che quella spada prefigura la Croce. Amare significa esporsi al dolore. Non c'è dono di sé senza ferita. In un angolo c'è poi Anna, profetessa «molto avanzata in età», che «non si allontanava mai dal tempio». È l'icona di tanti nostri anziani: presenze silenziose che tengono in piedi le comunità con la preghiera. Anna, sopraggiunta in quella stessa ora, si mette a lodare Dio. Ci insegna che anche quando le forze mancano, si può ancora generare speranza. Il brano si chiude con il ritorno alla normalità: «fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret». Dopo l'incontro straordinario, si torna a casa. Si torna alle pentole, al lavoro, alla vita di sempre. Ma si torna diversi. Come dice san Giovanni Crisostomo: «Il vero culto sta nel portare Cristo nella propria casa». La Candelora non ci serve per restare chiusi in chiesa, ma per portare fuori quella luce: una parola vera in una discussione, un gesto di onestà, una carezza a chi soffre. Il mondo non ha bisogno di riflettori abbaglianti, ma di testimoni che sappiano dire con la vita: Dio è qui, nel nostro quotidiano. L'incontro è avvenuto. Ora tocca a noi. Amen! |