Omelia (31-01-2026)
Missionari della Via


La nostra vita è un po' come il mare di Galilea: a volte è calmo, persin piatto, ma all'improvviso si scatenano tempeste nella quali ci sembra di morire, di venir meno, di non farcela. Siamo come dei naviganti nel mare di questa vita. A volte vorremmo accontentarci, o risolvere subito; insomma, vorremmo toccare terra. La terra è la sicurezza, il mare è il cambiamento, la precarietà che ci fa paura. Quando troviamo le nostre sicurezze, ci attacchiamo ad esse, smettendo quasi di essere naviganti. A volte lo sconforto e la delusione arrivano al punto da farci chiedere perché ci siamo messi in viaggio, perché ci siamo imbarcati in questa avventura. Eppure in fondo al cuore lo sappiamo che non avremmo potuto non passare all'altra riva; quella situazione, anche se difficile, va affrontata. Papa Francesco, nel tempo del Covid disse: «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di "imballare" e dimenticare ciò che ha nutrito l'anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente "salvatrici", incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell'immunità necessaria per far fronte all'avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri "ego" sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l'appartenenza come fratelli». Nel Vangelo, proprio nella tempesta, emerge l'incomprensione dei discepoli: non accettano l'idea di un Dio che dorma, di un Dio che resti in silenzio nel momento del pericolo. Gesù è lì ma a loro non basta. Non accettano un Dio che li lasci nella difficoltà perché possano sperimentare ciò che c'è nel loro cuore. A volte anche noi sperimentiamo il sonno di Dio, il suo silenzio e ci sentiamo quasi abbandonati. Invece Dio ci sta curando, sta permettendo che emerga ciò che abbiamo realmente nel cuore, quali sono le nostre vere o false sicurezze. Forse il sonno di Gesù vuol costringerci a cercare dentro di noi le risorse per aggrapparci decisamente a Lui, tirando fuori il meglio di noi. Forse anche nella tempesta possiamo continuare a credere che passare all'altra riva è possibile. Forse anche nella tempesta possiamo continuare a cercarlo, sentendoci anche lì teneramente amati.

«A noi pare di essere abbandonati appena si alza il vento di una malattia, di una crisi familiare, di relazioni che dolgono, di questa pandemia... Allora ecco il grido: Non ti importa che moriamo? Eloquenza dei gesti: si destò, minacciò il vento e il mare..., perché sì, mi importa di voi. Mi importano i passeri del cielo e voi valete più di molti passeri; mi importano i gigli del campo e voi siete più belli di tutti i fiori del mondo. Mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore. E sono con te, a farmi argine al buio, luce nel riflesso più profondo delle tue lacrime. Nelle mie notti Dio è con me; intreccia il suo respiro con il mio, e «non mi salva "dalla" tempesta ma "nella" tempesta. Non protegge dal dolore ma nel dolore. Non salva il Figlio dalla croce ma nella croce» (D. Bonhoeffer).
Lui è con noi, a salvarci da tutti i nostri naufragi, è qui da prima del miracolo: è nelle braccia forti degli uomini sui remi; nella presa salda del timoniere; nelle mani che svuotano il fondo della barca. Lui è in tutti coloro che, insieme, compiono i gesti esatti e semplici che proteggono la vita» (p. Ermes Ronchi).