Omelia (25-01-2026)
don Alberto Brignoli
A ognuno la propria “Galilea delle genti”

Il termine "Galilea delle genti" utilizzato per descrivere una porzione di territorio della Palestina dal profeta Isaia - e ripreso poi dal Vangelo di Matteo, che da oggi ci accompagnerà per tutto questo anno liturgico - ha un significato molto particolare che va al di là della pura indicazione geografica. Si tratta di un'espressione per indicare come quel territorio, collocato nella parte settentrionale dell'attuale stato d'Israele (dove attualmente si incrociano ben quattro confini, ovvero Israele, Libano, Siria e Giordania) fosse - come ogni luogo di frontiera - un luogo di forte immigrazione, d'incontro tra i popoli, di scambio tra culture e fedi differenti, non sempre in armonia tra di loro. E la storia che si è districata lungo i secoli fino ad arrivare ai nostri giorni ce lo ha dimostrato molto chiaramente e anche molto drammaticamente. Eppure, stando al racconto di Isaia, anche all'interno di questa "Galilea delle genti" è possibile intravedere una luce, anzi, addirittura una "grande luce". Anche la realtà più intricata, anche l'oscurità più profonda, ha la possibilità di "rendere gloriosa la strada" dalla quale è attraversata, e di lasciar "rifulgere una luce" su tutti coloro che la abitano. Letta in chiave profetica, la "Galilea delle genti" di cui parla Isaia vede una luce nel fatto che Dio ha scelto, nella pienezza dei tempi, di far abitare in quella terra suo figlio Gesù, luce del mondo.
Ma se pensassimo che la "Galilea delle genti" riguardi solo quella parte di territorio in un determinato periodo storico, il Vangelo perderebbe la sua attualità. Stiamo parlando di una terra di frontiera, di una zona di transito dove si incontrano persone diverse per razza, cultura e religione: quella "Galilea delle genti" assomiglia in modo inequivocabile al mondo di oggi, soprattutto a quel mondo che vive nelle "periferie esistenziali dell'umanità", come le definiva il caro papa Francesco, ovvero quei luoghi (come sono le nostre città, ma ormai anche i nostri piccoli paesi) dove una forte immigrazione, un incontro tra i popoli non sempre gestito in maniera adeguata, uno scambio tra culture differenti non sempre vissuto in maniera armonica e pacifica, mettono a dura prova la convivenza quotidiana. Anche noi, immersi ogni giorno in questa "Galilea delle genti", possiamo spaventarci e cedere alla tentazione di costruire recinti, muri, barriere per sentirci più sicuri e più protetti.
Vivere immersi in questa "Galilea delle genti" non è affatto semplice. Eppure, se crediamo alla forza profetica del Vangelo, le molte "Galilee delle genti", presenti in ogni parte del mondo, sono luoghi dove la luce rifulge e dove la gioia si moltiplica. Come? Sarebbe troppo semplice, e addirittura banale, fare una semplice equazione: dove c'è la presenza di Cristo, lì rifulge la luce in mezzo alle tenebre. Sarebbe una visione troppo semplicistica, perché, anche qualora in tutte le nostre periferie esistenziali riuscissimo a portare l'annuncio della Parola di Dio (di cui oggi peraltro celebriamo l'annuale domenica) e a suscitare profonde e significative risposte di fede, tutt'intorno rimane un contorno di miseria, di sottosviluppo, di disumanità, di disgregazione, di povertà, che tutto sembra meno che una luce.
Dov'è, allora, questa luce che illumina il popolo che cammina nelle tenebre? In quale modo Gesù è stato "luce" per la "Galilea delle genti" nella quale aveva deciso di abitare? Stando al Vangelo di oggi, Gesù entra nella "Galilea delle genti" compiendo tre gesti molto semplici, per nulla clamorosi eppure pieni di luce: innanzitutto, cammina tra le strade della sua Galilea, condividendo ciò che gli uomini vivono quotidianamente, facendosi prossimo all'uomo nelle sue infermità e malattie, fisiche, morali e sociali. Al tempo stesso, a questi uomini e donne delle periferie lascia un messaggio semplice: che il Regno di Dio, nella sua stessa persona, è vicino a ognuno di loro, ai quali chiede di avere uno sguardo diverso sulla vita, chiede una "conversione", un cambio di prospettiva. Infine, propone in modo del tutto particolare questo nuovo sguardo, questo nuovo cammino ad alcuni, senza stravolgere completamente la loro vita (i suoi discepoli pur seguendolo, continueranno a essere "pescatori") ma mostrando loro che la "luce", la "gioia e la letizia" per la loro esistenza possono trovarla all'interno della loro stessa condizione di vita.
Dico questo perché mi pare che spesso l'approccio che noi cristiani abbiamo con la città, con il mondo, con le molte periferie esistenziali di cui è fatto, avvenga ancora in maniera molto "apologetica", cioè stando sulle difensive, prendendo le distanze da un mondo che riteniamo pericoloso e cattivo perché pieno di problematiche, pieno di violenza, privo di valori, lontano da un messaggio - quello evangelico - che è ancora l'unico capace di entrare nella "Galilea delle genti", riempiendola di luce, di gioia e di letizia. In parte, questo è vero: ma evangelicamente parlando, non può essere così.
Gesù, venendo a vivere a Cafarnao "Galilea delle genti" e iniziando lì la sua missione, non ha iniziato con un atteggiamento guardingo di diffidenza, di difesa, o ancora peggio di condanna di ciò che la "Galilea delle genti" rappresentava. Ha invece iniziato a starci dentro, a viverla, a camminare lungo le sue strade, a prendersi cura delle sofferenze e delle povertà degli uomini; ha invitato tutti a guardare la realtà da una prospettiva diversa, non solo come cattiva e piena di tenebre, ma anche piena di potenzialità, di ricchezze, di quelle ricchezze che le vengono proprio dal suo essere "Galilea delle genti", ovvero incontro e dialogo tra culture; ha infine proposto a qualcuno di seguirlo, ma senza estrapolarlo dal proprio mondo, tirandolo via dalla "Galilea delle genti", bensì chiedendogli di continuare a essere pescatore, aggiungendo però alla pesca materiale (che è il sostegno per vivere) una pesca che va al di là, che va alla ricerca di persone (pescatori di uomini) per aiutarle a uscire dal mare del peccato e della disperazione. Ma a nessuno ha chiesto (e neppure a noi lo chiede) di tirarsi fuori dalla propria "Galilea delle genti", né tantomeno di costruirsi recinti e barricate per vivere protetti dalle fatiche di queste periferie.
Perché saranno proprio le periferie esistenziali il luogo dell'incontro tra l'uomo e il messaggio di salvezza del Vangelo; sarà la nostra faticosa permanenza nella "Galilea delle genti" la chiave di volta per l'efficacia del messaggio di Gesù rivolto all'umanità intera.