| Omelia (25-01-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Oltre il confine Il confine e i confini: così distanti dal centro e dal cuore, luogo di commistione, di scambio, di contatto con l'esterno, di contaminazione con il foresto, con l'altro da me. I confini fanno parte del corpo: la nostra pelle è limite, è il confine della pelle che riesce a percepire il mondo. Le nostre frontiere sono le nostre mani e i nostri piedi, movimento, contatto e abbraccio. I confini sono barriere linguistiche: da una parte e dall'altra della frontiera le parole sono diverse, e allora si mescolano per potersi comprendere. I confini sono dogane politiche e commerciali, fili spinati e muri alti sette metri, protezione e paura. Attraversare il confine è un sottile brivido psicologico: la paura di perdere se stessi, la propria sicurezza, la propria identità. Galilea delle genti, terra di confine. Gesù va ad abitare lì, da lì parte per il lungo viaggio e lì ritornerà: alla certezza e alla sicurezza che il centro può dare, sia esso centro politico, religioso o umano, preferisce la fragilità e la soglia. Preferisce la Galilea delle genti, un miscuglio di lingue, di razze, di contaminazioni, di fedi, preferisce il confine. A Nazaret, preferisce Cafarnao. Non sceglie un luogo isolato, un borgo silente, tutt'altro: prende casa in una stazione di servizio, lungo la grande autostrada dell'antichità, la via del mare, strada che collegava Babilonia a Roma, Estremo Oriente a Mediterraneo, strada commerciale dove sale, spezie, seta, incensi, ricchezze transitavano insieme a lingue, uomini e donne, religioni, modi di essere. Dovrei ritornare in Galilea, dovrei ricordarmi più spesso che la mia fede è in un Dio che si contamina come uomo e in un'umanità che si contamina con Dio. Che il Dio di Gesù Cristo è il Dio del confine, oltre il confine. C'è un altro confine che Gesù attraversa: quello tra terra e mare. Gesù cammina lungo il bagnasciuga, camminatore instancabile, pellegrino errante il mio Signore. Io, come cristiano, mi sono un po' seduto, rintanato nei miei spazi sempre più angusti; Lui, invece, si rimette in cammino, ripone nel cuore il desiderio di camminare, di riprendere il passo. E chiama: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. Chiama dei pescatori, li chiama lì dove sono, rannicchiati a riassettare le reti. «Pescatori di umanità»: che significa? Difficile comprenderlo. Nessun uomo, nessuna donna, desiderano essere pescati. Nessun uomo, nessuna donna, vivono in fondo al mare, dove non si respira, dove non arriva la luce, dove manca l'aria. O forse sì: riteniamo di essere nel nostro «habitat» naturale, ma si tratta di un mare oscuro. Tirare fuori dal mare, dalla paura di affogare, dalla paura di andare a fondo. Pescatori di uomini per restituire respiro, per riportare alla vita, per riemergere dal mare della morte. Da bambino ho rischiato di affogare: rivivo ancora la paura e l'angoscia di quegli attimi in cui volevo risalire; vedevo il bordo del mare dalla parte opposta, eppure ero bloccato dal panico. Una mano mi riacciuffò e mi tirò su, ricordo ancora come iniziai a riprendere il respiro. Pescatori di umanità, questione vitale. «Pescatori di uomini» sono uomini e donne autorevoli, senza per questo dover essere autoritari. Sono uomini e donne che hanno scelto di far emergere dal profondo tutto il Vangelo sepolto dentro di noi, ci hanno dato la possibilità di scrivere fino in fondo la vita che abbiamo nel cuore. «Auctoritas» indica tutto ciò che fa aumentare, tutto ciò che fa fiorire, tutta la vita che respira a pieni polmoni. Autorevoli sono i pescatori di umanità, sono coloro che hanno aumentato più vita attorno a loro, che hanno chiamato per nome. Che bello quando riesco a chiamare per nome, che bello quando sono chiamato per nome: significa che non siamo indifferenti, significa che i nostri nomi, le nostre vite, sono entrati dentro. Che ne dite, proviamo a chiamarci per nome nella comunità, nel nostro palazzo, in ufficio? E quei pescatori di uomini sono fratelli. Una fraternità necessaria, un modo nuovo di uscire dal mare della morte: dalla fraternità che ci fa intonare insieme il Padre Nostro, unica possibilità a ripartire. Provo anche io a rivivere quella stessa chiamata, in questo momento. Dove mi trovo, con i miei crucci, le mie paure, il mio mare di fallimento e di morte, la mia indifferenza, il mio essere sospeso tra mare e terra. Lì, il Signore ancora oggi mi chiama, ad essere pescatore di umanità. Più vita attorno a me, più respiro, più vangelo di gioia. E posso assicurarvi che diventa il mestiere più bello del mondo, il gusto ad ogni nostra professione. Che fai nella vita? Il mestiere più bello: siamo pescatori di umanità. |