| Omelia (25-01-2026) |
| Missionari della Via |
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Il Vangelo di questa terza domenica del tempo ordinario ci consegna l'inizio della missione pubblica di Gesù con la chiamata dei primi discepoli. Anzitutto notiamo un fatto: nella tradizione sinottica solo Matteo conferisce una motivazione teologica allo spostamento di Gesù in Galilea. Gesù inizia il suo ministero dalla Galilea, regione nel nord della Palestina, dove vi era commistione di genti e culture e con un'osservanza della Torah generalmente meno rigorosa rispetto ai giudei di Gerusalemme. Perciò era considerata una regione rurale e un po' marginale, da cui i pregiudizi quali: «può venire qualcosa di buono da Nazaret?» (Gv 1,46). Questa regione, secoli prima, dopo l'ingresso del popolo di Israele nella terra promessa, fu assegnata alle tribù di Zabulon e Neftali. Matteo annuncia il compimento della profezia di Isaia riguardo a questa terra: proprio da quella terra, che subì l'oppressione e l'annessione all'Assiria nel 733/2 a.C., sorgerà la luce, cioè la salvezza, e alla rovina seguirà lo splendore di una epoca salvifica (cf Is 9,5). Tutto ciò è indicativo e prezioso. Anzitutto ci dice lo stile di Dio: Gesù non parte dal centro, dal Tempio, ma dalla periferia, e ci insegna a fare altrettanto, a cercare il contatto con le persone, a osservare la realtà non dal centro ma dalle "periferie esistenziali". Non si può capire la realtà standosene comodamente seduti nei palazzi ma c'è da "sporcarsi le mani" e stare tra la gente, a contatto con i bisogni, con le fatiche, con le sofferenze. Dio parte da lì e spesso lo incontriamo proprio lì, quando la vita, per un motivo o per un altro, ci ha messi all'angolo. Inoltre, Gesù fa di una terra ferita un luogo di risurrezione. Che bello sapere che proprio la nostra storia, talvolta ferita e piagata, accogliendo la luce di Cristo, può diventare spazio di salvezza. Dio non butta via nulla della nostra storia; anche le piaghe più dolorose, messe nelle sue mani, possono diventare pieghe di compassione e di sapienza del cuore. Proprio lì, nelle tenebre e nell'ombra di morte, una luce è sorta e continua a sorgere: la luce del Cristo Risorto! Ed è proprio in questa terra e nella più semplice quotidianità che Gesù inizia la sua predicazione e chiama i suoi discepoli con un invito meraviglioso: «seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Gesù non impone condizioni, non chiede nulla se non di seguirlo, offrendo una promessa e una trasformazione profonda: diventare capaci di trarre uomini in salvo. Ed ecco la risposta dei discepoli: «E subito lasciarono le reti... [e] la barca [e il] padre e lo seguirono». Quel "subito" sottolinea l'efficacia della parola di Gesù che rende capaci di fare quello che dice; ma anche la prontezza dei discepoli, che lasciano perché hanno trovato un di più, hanno una nuova priorità, hanno trovato Colui che è capace di dare senso e pienezza alla loro vita. Questa freschezza dei discepoli fa bene al cuore e ci interpella: il Signore chiama a seguirlo, chiama ad amare, ogni giorno ci chiama a muovere i nostri piccoli passi possibili nel bene, e in noi cosa trova? Prontezza o lentezza? Pigrizia o fervore? Trova il nostro "eccomi" oppure: "ora non posso, domani vediamo?". I discepoli lasciarono le loro reti, ovvero gli strumenti che fino a quel momento erano serviti loro per procurarsi da vivere. Nel nostro caso, non è scontato che nella vita non si rimanga impigliati in quelle reti che finiscono per diventare il nostro tutto: lavoro, attività, progetti, obiettivi ai quali non si vuol rinunciare... Chiediamoci in semplicità: quali sono le reti che ci legano? Quali sono le barche nelle quali ci siamo comodamente accasati? Quali sono quegli affetti che, seppur belli e importanti, sono diventati possessi che imbrigliano? Chiediamo al Signore la grazia di un cuore sveglio, innamorato, attento a saper cogliere e accogliere i suoi passaggi nella nostra vita, sapendo che dietro ogni nostro sì non c'è solo il nostro bene ma quello di tanti, sapendo che dietro la nostra risposta non c'è solo la nostra salvezza ma quella di tanti. In chiave vocazionale, potremmo dire che siamo come piccole tessere uniche di un meraviglioso mosaico: se ci lasciamo collocare al giusto posto troviamo il senso pieno della nostra vita e possiamo contribuire affinché possano trovarlo anche coloro che ci sono accanto. PREGHIERA Signore Gesù, che illumini chi vive nelle tenebre, rendici pronti a lasciare ciò che ci trattiene e a camminare con Te e dietro a Te, per essere segno e strumento del tuo amore che salva. Amen. |