Omelia (18-01-2026)
don Alberto Brignoli
Credere... anche senza conoscere

È difficile che noi raccomandiamo a qualcuno una persona che non conosciamo... chi di noi raccomanderebbe un medico sconosciuto a una persona cara bisognosa di cure importanti? In genere, infatti, trasmettiamo agli altri nozioni o informazioni delle quali abbiamo conoscenza diretta. Invece, nel brano di Vangelo che abbiamo letto quest'oggi, la logica del "dare testimonianza per conoscenza diretta" sembra non funzionare... Vediamo infatti Giovanni il Battista che dopo aver annunciato Cristo con la sua più famosa definizione - "Agnello di Dio" - dice di lui per ben due volte che "non lo conosceva": cosa, peraltro, molto improbabile anche dal punto di vista storico, data la parentela fra le due rispettive madri. Dietro questa espressione probabilmente si nasconde qualcosa che dobbiamo scoprire: anche perché l'affermazione finale del Battista ("Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio") ci dice l'importanza, per i primi cristiani, del "credere e testimoniare per conoscenza". Credere e testimoniare Cristo, infatti, non è un privilegio che viene da particolari rivelazioni: è riconoscere la voce dello Spirito che ce lo indica presente nel mondo, come fu per il Battista.
Per capire questa espressione "non lo conoscevo" occorre risalire alla situazione storica in cui si trovava la comunità dell'evangelista Giovanni, all'interno della quale la stragrande maggioranza dei componenti non aveva conosciuto Gesù di persona: la sua era una comunità nata in un ambiente al di fuori della tradizione giudaica (siamo a Efeso, in Asia Minore), e soprattutto era una comunità "tardiva" rispetto a quelle che facevano capo ad altri apostoli, come Pietro, Paolo o Giacomo. Qui siamo quasi alla conclusione del I secolo dopo Cristo, e quel ritorno di Gesù nella gloria che tutti attendevano (la cosiddetta "parusìa") non sembrava essere poi così imminente. Per questo motivo, nella comunità di Giovanni si provava un certo smarrimento: "Noi non abbiamo conosciuto di persona Gesù, e il suo ritorno nella gloria non sembra poi così vicino: come possiamo dirci cristiani, se non ne abbiamo avuto una conoscenza diretta?". Per di più, l'ambiente culturale nel quale la comunità è inserita è quello della filosofia greca, improntata sul razionalismo: credo a ciò che vedo e conosco.
La preoccupazione dell'evangelista Giovanni, allora, è quella di far comprendere che Gesù può essere conosciuto, amato e testimoniato come il Messia pur non avendone avuto esperienza personale, purché ci si lasci inondare dalla Grazia che ci viene incontro con la forza dello Spirito: questo, infatti, è capitato anche a gente che ha avuto la possibilità di conoscere Gesù personalmente. È il caso del Battista, appunto, che conosce di persona Gesù ma lo riconosce come Cristo solo nel momento in cui si apre all'azione dello Spirito; è il caso, per esempio, di Tommaso, che lo conosce, vive con lui per tre anni, lo vede morire in croce, ma lo riconosce Risorto solo per intervento dello stesso Maestro, a cui l'evangelista Giovanni fa proclamare ciò che tutti i cristiani della sua comunità volevano sentirsi dire: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno".
La fede cristiana, allora, non si trasmette per favoritismi o raccomandazioni ("Ti faccio conoscere, ti raccomando, per cui ti mando avanti"), e nemmeno attraverso rivelazioni personali o miracolose: la fede cristiana è un'esperienza personale di Gesù Cristo, che avviene sotto l'impulso dello Spirito grazie alla trasmissione della stessa fede da parte di chi, prima di noi, ha conosciuto la Buona Notizia del Vangelo e ce l'ha comunicata. Ecco quindi la necessità, per crescere nella fede e per fare in modo che questa fede non vada smarrita, di una comunità di credenti, di una Chiesa che ti conduca all'incontro con Cristo.
Ma quanti, oggi, possono dire di conoscere il Cristo? Non mi riferisco alla gente che professa un altro Credo religioso o a chi nel mondo non ha mai sentito parlare di Gesù (ammesso che ancora esista qualcuno): mi riferisco al nostro mondo "cristiano", di battezzati che del messaggio di Cristo sanno davvero poco o nulla.
A parole, continuiamo a dirci cristiani, facciamo battaglie sociali e politiche per difendere la nostra identità e le nostre radici culturali cristiane dagli attacchi di chi (così crediamo...) vorrebbe invaderci, imponendoci la propria fede: ma il nostro vissuto cristiano, nel frattempo, dov'è finito?
Concludo con un aneddoto. Ricordo, diversi anni fa, in un paese dell'America Latina di antica e consolidata fede cristiana (oltre il 90% della popolazione è battezzato e si professa cristiano, contro il 70% dell'Italia) di aver incontrato un missionario italiano di lunga data, ormai avanti negli anni, che faceva affermazioni drammatiche sulla situazione delle comunità cristiane in quel paese: "Le famiglie sono disgregate, i giovani non hanno più interessi, alla Chiesa si accorre solo per i Sacramenti dell'Iniziazione e dopo la Cresima non vedi più nessuno, si sposano in Chiesa solo se ne hanno voglia, non ci sono più vocazioni anche perché nessuno più fa figli. In tempi politicamente e socialmente più difficili, ovvero sotto la dittatura militare, c'era maggior testimonianza cristiana, ora che siamo liberi nessuno crede più... mi viene voglia di tornare in Italia per vivere serenamente i miei ultimi anni in mezzo ai cristiani del mio paesello!".
Io l'ho ascoltato in silenzio: dopo di che, l'unica cosa che mi sono sentito di dirgli è stata questa: "Dammi ascolto: rimani qui tranquillo, puoi fare ancora tanto bene!".
È morto laggiù, e ha chiesto di essere seppellito là, fra la sua gente. Posso dire di sentirmi consolato di averlo consigliato bene...