| Omelia (18-01-2026) |
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COMMENTO ALLE LETTURE Commento a cura di Quintino Venneri Giovanni vede Gesù venire verso di lui e il racconto si apre con questo movimento sobrio, quasi impercettibile, che dice già molto del modo di agire di Dio nella storia. Gesù non irrompe, non interrompe, non pretende attenzione: entra nella scena con la naturalezza di chi da sempre stava camminando in quella direzione, come una presenza che non forza l'ingresso ma attraversa la vita rispettandone il ritmo. È un venire discreto, senza rumore, simile allo stile dello Spirito evocato dall'immagine della colomba, che non indica una forma corporea ma un modo di agire: leggero, delicato, persistente, capace di posarsi senza invadere, di rimanere senza occupare, di attendere senza stancarsi. Lo Spirito non violenta la libertà, non accelera i processi interiori, non sostituisce le scelte; lavora in profondità, con pazienza, come una presenza che accompagna e sostiene, lasciando all'uomo il tempo necessario per riconoscere ciò che sta accadendo dentro di sé. Giovanni guarda Gesù arrivare e pronuncia una sola parola, "Ecco", una parola povera e insieme densissima, che non spiega e non trattiene, ma apre uno spazio. In quell'indicazione c'è tutta la sua fede: una fede che non si mette al centro, che non occupa la scena, che non ha bisogno di imporsi. Giovanni non si appropria di ciò che vede, non lo trattiene per sé, ma indica, come chi sa che il compito ricevuto non è possedere la verità, ma renderla visibile. È la libertà di chi non deve difendere un ruolo, perché sa che la verità non coincide mai con se stesso. Subito dopo Giovanni aggiunge: "Dopo di me viene un uomo", e in questa espressione si misura una grandezza silenziosa. Non è un gesto di cortesia né una formula di umiltà di facciata, ma la consapevolezza profonda di chi sa collocarsi nel tempo senza assolutizzarsi. Giovanni riconosce che la propria missione non è un punto di arrivo, ma un passaggio; non è un centro attorno a cui tutto deve ruotare, ma una soglia che prepara ad altro. Sa che c'è un "dopo" che non lo sminuisce, ma lo compie, perché la sua vita trova senso proprio nel non trattenere, nel non creare dipendenze, nel sapersi fare da parte al momento giusto. Questo "dopo di me" rivela una fede capace di decentrarsi, di spostare lo sguardo, di non identificare il senso con la propria posizione o con il proprio ruolo. È lo sguardo di chi sa guardare le cose non solo dal proprio punto di vista, ma lasciandosi educare dallo sguardo di un Altro, accettando che la verità sia sempre più grande di ciò che possiamo contenere. Giovanni non si perde nel momento in cui si fa da parte; al contrario, si ritrova, perché riconosce che la sua vita è orientata verso qualcosa che lo supera. E infatti subito precisa: "Egli è avanti a me, perché era prima di me". Il tempo si apre, si dilata, si rovescia. Colui che viene dopo è, in realtà, colui che precede. Giovanni riconosce che la sua storia è attraversata da una presenza che lo precede e lo fonda, che non nasce da lui ma che dà senso a ciò che lui è e fa. Non c'è confronto, non c'è competizione, non c'è misura di valore: c'è il riconoscimento di una precedenza che orienta e libera. In questo contesto risuona con forza quella frase ripetuta due volte: "Io non lo conoscevo". Non è una dichiarazione di ignoranza, ma il segno di una conoscenza più profonda. Nella fede, conoscere non significa possedere, né avere tutto chiaro, né poter dire l'ultima parola. È una conoscenza che nasce dall'incontro e dalla contemplazione, simile a quella dell'amore, dove l'altro non è mai esaurito, mai del tutto prevedibile, mai riducibile a ciò che già sappiamo. C'è un conoscere che passa attraverso lo sguardo interiore, attraverso la capacità di sostare, di lasciarsi sorprendere, di accettare che l'altro resti sempre più grande delle nostre immagini. Giovanni riconosce Gesù non perché lo ha classificato o spiegato, ma perché ha imparato a guardare in profondità, a lasciarsi guidare da un segno silenzioso: lo Spirito scende e rimane. Rimane, non passa oltre, non visita soltanto. In questo rimanere si rivela il volto di Dio come presenza fedele, capace di abitare il tempo e la durata, non come un'emozione intensa destinata a spegnersi, ma come una compagnia discreta che non abbandona nemmeno quando tutto sembra fermo o opaco. Giovanni comprende allora che Gesù non si limita a offrire un gesto esterno, un'acqua che lava per un momento, ma immerge la vita nello Spirito, introducendola dentro una relazione che trasforma dall'interno, lentamente, senza rumore. Non cancella la storia, ma la attraversa; non elimina le domande, ma le rende abitabili; non promette scorciatoie, ma una presenza che resta. Alla fine, Giovanni può dire: "Io ho visto e ho testimoniato". Non rivendica certezze definitive, non pretende di aver compreso tutto. Racconta ciò che ha visto, ciò che lo ha raggiunto, ciò che ha cambiato il suo modo di guardare. E il Vangelo resta aperto, come una finestra sul cammino, lasciando affiorare una domanda silenziosa e profonda: che cosa significa, nella nostra vita, saper dire "dopo di me"? Forse è proprio lì che si misura una fede adulta, capace di decentrarsi, di non assolutizzare sé stessa, e di riconoscere, con libertà, una presenza che viene, che resta, e che precede ogni nostro passo. |